De Luca senza opposizione, la Campania galleggia sull’abisso

Tra un anno e mezzo si voterà di nuovo per le regionali, il governatore avvantaggiato perché è in campagna elettorale permanente da un quarto di secolo esatto

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Tra un anno e mezzo circa, la Campania andrà alle urne per rinnovare il consiglio regionale e eleggere il governatore. Saranno diciotto mesi di fuoco, durante i quali i toni della polemica politica si alzeranno di parecchi decibel. Alla corrida che s’annuncia ci arriva allenato il presidente in carica, Vincenzo De Luca, che è in campagna elettorale da sempre. Per lo meno da quando, smessi i panni dell’oscuro apparatchik di partito, fece il suo ingresso nelle istituzioni. Prima con una manovra di palazzo che trovò una sponda nelle decisioni di alcuni settori della magistratura di Salerno.

Gaetano “Nino” Colucci

Quindi con i voti missini: al ballottaggio del 1993 il rappresentante della destra, il deputato Nino Colucci, uscito al primo turno, invitò il proprio elettorato a votare il candidato “progressista”, per impedire la vittoria di Pino Acocella, tra le migliori espressioni del mondo cattolico. Mentre la camerata (di Colucci) Alessandra Mussolini ringhiava furiosamente contro Bassolino, nelle piazze e in televisione (“’A Bassoli’, hai fatto cade’ la Borsa”), a Salerno tornava prepotentemente in auge il milazzismo. All’anima del “nuovo che avanza”, espressione molto in voga in quei mesi: erano le pratiche più deleterie della morente Prima Repubblica a riproporsi beffardamente. Tali e quali. Ripercorrere queste vicende non è mai esercizio ripetitivo: fin dalle elementari ci fanno studiare la Storia perché possiamo capire da dove veniamo. Tornando al tema, non c’è stato giorno, in questi 25 anni – le nozze d’argento col potere De Luca le ha celebrate il 5 dicembre, giorno in cui si votò per il secondo turno, ma non risultano festeggiamenti particolari – in cui l’ex sindaco oggi presidente della Regione non abbia fatto campagna elettorale. Attività nella quale dire che eccelle è poco. E’ una sorta di super specialista. Un campione mondiale. Al punto che in molti cominciano a sospettare che, in realtà, egli nella vita non sappia fare altro. Ma si tratta, in tutta evidenza, di malelingue. Pinguini, per usare un’espressione che gli è cara.
Ora, con questo lunghissimo allenamento, volete che il governatore uscente non parta con più di un’incollatura di vantaggio su tutti gli altri concorrenti?

Stefano Caldoro

A sbarrargli il passo dovrebbe essere il centrodestra. Cioè un’entità eterea, passata dallo stato semisolido (governo Caldoro) a quello liquido, a quello gassoso. Semisolido perché Caldoro non è che non sia mai esistito, anche se sul punto è giusto che la discussione resti aperta, soprattutto per rispetto dei più scettici, pronti a esibire molti discreti argomenti a dimostrazione del contrario. Ma anche qui siamo nel campo delle malignità, ovviamente. La verità, forse, è che se sul ring salgono un peso piuma e un mediomassimo, al tappeto 9 volte su 10 finisce il peso piuma. E la decima il mediomassimo vince per ko tecnico.
Dei Cinque stelle è difficile parlare, e non perché, se sgarri, poi ti attaccano a testa bassa sui social e finisci immediatamente annoverato, se ti va bene, tra gli infimi sciacalli (infimo: “che è il più basso o che sta nel luogo più basso”, Dizionario Treccani: sarà anche vero che la croce di Di Maio sono i congiuntivi, ma non è che con gli aggettivi vada tanto meglio). O, nella peggiore delle ipotesi, nella benemerita categoria delle passeggiatrici. No: il problema è un altro. E’ che in Campania pigolano, come pulcini tremebondi. Sono fuori dai radar degli osservatori della politica. Non “bucano”. Senza contare che, nel Principato salernitano, sono stati sempre molto attenti a non disturbare troppo il manovratore. Più che arrevotapopolo, qui ricordano parecchio il Sassuolo quando scende in campo all’Allianz Stadium di Torino. Insomma, ci siamo capiti…

Luigi De Magistris

Resta De Magistris, il quale deve sciogliere due quesiti. Il primo è legato a una questione aritmetica che manco Euclide, Pitagora e Caccioppoli messi insieme riuscirebbero a sbrogliare: come si fa a diventare presidente della Regione avendo in dote, per ora, solo il voto del 12-13% degli elettori napoletani, quelli che l’hanno eletto due volte sindaco in ballottaggi dove l’affluenza non ha mai superato il 35% degli aventi diritto? Il secondo, più politico: perché, dovendo scegliere tra gente che fa ammuina, i campani dovrebbero preferire una copia all’originale?
La situazione, piaccia o meno, è questa. Cioè: allo stato, specularmente a quanto avviene a Roma all’esecutivo gialloverde, in Campania, a parti curiosamente invertite, chi è al governo non ha alcuna opposizione.
E su questo c’è poco da scherzare.