De Luca, uno show continuo che mina la Costituzione

Mai, in cinquant'anni di regionalismo, la Campania era stata così isolata dal resto del Paese

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Dopo un anno di pandemia, Vincenzo De Luca è precipitato agli stessi livelli di gradimento in cui si trovava quando scoppiò l’emergenza sanitaria. Dopo averla cavalcata con una serie impressionante di bugie e di bluff mediatici, è stato brutalmente disarcionato dalla forza dei numeri: quelli dei contagi, dei falsi posti in terapia intensiva e nei reparti di degenza ordinaria, dei dati improbabili di una campagna vaccinale caratterizzata finora da arbitrii, abusi di potere e discrezionalità. Più in generale, a condannarlo è tutto ciò che ha alimentato propagandisticamente la leggenda – destituita di ogni fondamento – del “miracolo campano”. A cominciare dallo scandalo degli ospedali modulari. Si votasse oggi raggiungerebbe più o meno la stessa percentuale che anche i sondaggisti più benevoli gli accreditavano dodici mesi fa: un 20%, a stare larghi. Se ne tornerebbe a casa, insomma. I campani, che a differenza di quello che si può pensare non hanno l’anello al naso, sono stremati da un anno di annunci e menzogne, indignati per quell’odiosa fotografia diventata virale a livello internazionale che ritrae il presidente della Regione, il 27 dicembre nel giorno di avvio della campagna vaccinale, mentre un medico gli inocula una dose non dovuta, nauseati per le notizie che circolano sui “furbetti del siero”, gente che è stata vaccinata senza averne diritto, mentre i contagi sono alle stelle e continua la macabra contabilità dei morti, anche in fasce d’età insospettabili. E’ questo repentino, inarrestabile, calo di popolarità a annebbiargli le idee, a indurlo al solito sdoppiamento cui ci ha abituati da anni: la mattina bulletto di quartiere, il pomeriggio agnellino sottomesso.  A Benevento va in onda il De Luca-uno: esacerbato, rabbioso, che in pubblico asseconda le pulsioni mai sopite di aspirante satrapello di provincia, o di golpista alle vongole. Più crolla nel gradimento, più alza la voce. E più la spara grossa. Il “faccio da me” urlato al governo e al commissario straordinario Figliuolo, che ha subito risposto per le rime, va parecchio oltre il folklore di una maschera tragicomica. Un surreale cabarettista che non fa ridere più nessuno. Stavolta è il grido disperato di uno politicamente moribondo. Poi c’è il De Luca-due, che poche ore dopo, con una piroetta, cerca di smussare i toni, china il capo, riacquista un tono istituzionale. Un delirio, insomma. Non per questo la smargiassata pronunciata nel Sannio, poi clamorosamente corretta da una dichiarazione di sottomissione va derubricata, perché comunque contrasta con l’articolo 120 della Costituzione.

Anche quando abbaia, comunque, come è uso fare quando deve infrangere la legge, secondo una tecnica ormai consolidata che a Salerno conosciamo benissimo, De Luca scaglia la pietra e nasconde la mano. Obbliga a delinquere “per conto terzi”. Se in Campania i medici e gli altri operatori sanitari cominciassero a vaccinare non tenendo conto delle direttive nazionali lui in teoria non rischierebbe niente. Perché quelle nazionali sono sì norme coercitive direttamente applicabili, ma rivolte al singolo dirigente Asl. La non applicazione si costituirebbe come possibile reato per responsabilità diretta dello stesso medico che procedesse alla somministrazione in dispregio delle ordinanze del governo, non per la Regione. La stessa minaccia di abbandonare la conferenza Stato-Regioni è un altro dei suoi artifici propagandistici, una mossa destinata ad avere come unico risultato quello di isolare ancora di più la Campania in un momento delicatissimo, in cui dovrebbero prevalere i principi della mutualità, della solidarietà e della coesione nazionale. Se non ci va più, o non ci manda più nessuno, l’organismo non si fermerà certo: continuerà a decidere, e le sue decisioni saranno comunque vincolanti per la nostra regione. Dentro questa dinamica spiccatamente eversiva dell’ordine costituzionale, si staglia inoltre un problema che è etico e politico, e dovrebbe indurre il Pd, partito che appoggia questo manifesto disegno di secessionismo sanfedista, lazzarone, a una riflessione. Intendiamo la scelta deliberata di vellicare gli istinti più bassi della società campana, direttamente collegata a quella degli interlocutori che De Luca ha deciso di privilegiare, le cosiddette “categorie produttive”, termine che sembra quasi un nonsense, applicato a una regione che non produce più niente da anni. E, come conseguenza, l’ottusa, agghiacciante, determinazione a dividere i campani in cittadini di serie A e cittadini di serie B. Tutto ciò, purtroppo, metterà gli abitanti della regione l’uno contro l’altro. Per meschini calcoli elettorali, con i suoi comportamenti irresponsabili De Luca rischia (se non è già avvenuto) di spalancare una faglia antropologica profonda: in cinquant’anni di regionalismo non era mai successo. Ce ne potrebbero volere altri cinquanta per richiudere questa frattura, cha già oggi fa della Campania un caso nazionale permanente.

Da “Il Quotidiano del Sud – L’altra voce della tua città”