Di Maio, ovvero le Disgrazie della Virtù

Croce sosteneva che la petulante richiesta di onestà nella vita pubblica "è l'ideale che canta nell'anima di tutti gli imbecilli"

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A fare a gara a fare i puri, troverai
sempre uno più puro che ti epura.
Pietro Nenni

Come molti sapranno, il Marchese De Sade diede alle stampe nel 1791, in piena rivoluzione francese, un libro scandaloso, a dir poco incendiario: “Justine ovvero le disgrazie della virtù”.
Nel romanzo, Justine, una donna cattolica, virtuosa e pura, subisce ogni genere di violenze, nefandezze e stupri. Sua sorella, invece, libertina e immorale, si fa strada nell’alta società parigina. Ed è proprio la sorella che la libera, infine, da malversazioni e abusi ospitandola nella sua lussuosa casa. Qui Justine si sente al sicuro. Si affaccia alla finestra per respirare finalmente l’aria della libertà. Ma un fulmine le penetra da un occhio e le esce dal basso ventre: una scena da film, una conclusione geniale. Sade spiega con chiarezza, nel suo romanzo, che la virtù non solo non è consigliabile, ma che è giusto che venga punita.
In maniera meno brutale altri scrittori si sono espressi contro l’eccesso e/o l’esibizione della virtù: grandi romanzieri come J. G. Ballard o C. Bukowski, saggisti contemporanei come J. Baudrillard, o, addirittura del 700’, come Mandeville che dimostrava nei suoi scritti “che una società si rivoluziona solo mediante i suoi vizi, che è la sua immoralità a renderla dinamica”. E, in effetti, in una società ingessata dalla burocrazia, la corruzione può apparire un acceleratore dei processi economici, un fattore di dinamismo.
Benedetto Croce è il più nauseato di tutti: in “Etica e politica” definisce “petulante la richiesta di onestà nella vita politica. L’ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli”.
L’onestà è il manto magico di Harry Potter che rende invisibile chi con esso si copre. Il manto che fa sparire la realtà con la complessità dei suoi problemi. La massima semplificazione della politica. Il manto dell’inganno.
L’ultima trovata dei semplificatori nostrani al governo è l’allungamento dei tempi di prescrizione dei reati, allungamento che nega, di fatto, il diritto del cittadino a essere giudicato. Una norma che lo stesso Consiglio Superiore della Magistratura definisce incostituzionale perché contrario all’art. 111 della Costituzione (ragionevole durata dei processi). In questo modo, infatti, diviene eterno il tempo dell’accertamento, trasformando il processo stesso in pena. Il processo come strumento di vendetta sociale. A questo abominio la riforma autoritaria e demagogica della giustizia prevede di aggiungere l’istituzione dell’inquietante figura dell’infiltrato nell’amministrazione pubblica, del pentito collaboratore e “tentatore”.
Tutto ciò mostra uno Stato impotente, che di fronte al fenomeno corruttivo, sa solo rispondere con la violenza rancorosa del frustrato: inasprimento delle pene, allungamento dei tempi del processo, agenti infiltrati nelle Amministrazioni, sequestro preventivo (cioè prima di un giudizio) dei beni dell’accusato. Uno Stato di polizia violento e privo di immaginazione politica.
Grillo, Di Maio, Fico, Taverna e, in coda, Salvini sono i nuovi puritani che incitano le folle a perlustrare e perquisire le case degli altri, girandosi dall’altra parte quando si tratta della propria.
Per quanto mi riguarda personalmente, devo dire che quando, da piccolo, ero alla scuola primaria, e la maestra usciva, dando al capoclasse il compito di scrivere sulla lavagna i nomi dei buoni e quelli dei cattivi, se trovavo il mio nome tra i buoni, morivo di vergogna e facevo casino per riuscire a entrare nella colonna dei cattivi. Pertanto, se, in politica, continuate a dividere gli italiani in “buoni” e “cattivi”, sapete dove mettermi.