Diritto all’uguaglianza, uno sconosciuto

Dobbiamo riconoscere, senza mezzi termini, infatti, che le disuguaglianze sociali ed economiche, malgrado tutti i principi, le dichiarazioni, le lotte, le rivolte, le rivoluzioni, non sono state mai abbattute. Il ricco ha cambiato nome, si è sapientemente aggiornato nel modello democratico, da feudatario e nobile che era è diventato potentato

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Più di tre secoli di lotte per i diritti, a partire dal XVIII secolo, hanno mutato in modo netto la vita dell’uomo e le sue condizioni nella società. Appare evidente che non si sia trattato di battaglie vane, perché di quel mondo di antico regime abbiamo smantellato tutto, o quasi. Nella mia odierna riflessione voglio discutere proprio di questo “tutto” e di questo “quasi” che ancora resiste, imperterrito. Indubbiamente l’emancipazione dell’uomo ha fatto passi avanti giganteschi. Se prima non c’era uguaglianza di uomini e donne davanti alla legge, oggi questo è diventato un sacrosanto diritto. Se la censura e il controllo sociale attuato dai poteri politici impedivano il libero pensiero, possiamo a ragione sostenere che il pluralismo dell’informazione faccia ora parte integrante del nostro sistema democratico. Se la partecipazione alla vita politica era nei secoli passati fortemente condizionata dal censo e dall’appartenenza alle oligarchie nobiliari, oggi sono caduti tutti i vincoli e non c’è persona che non possa legittimamente dire la sua o candidarsi o essere eletto. Potrei continuare a lungo. Di fatto, lo stato di diritto è diventato il crogiuolo della modernità nella quale ci muoviamo, l’alfa e l’omega del nostro stare nella società. Eppure… eppure non è tutto oro quel che luccica. Molti distinguo si potrebbero e si dovrebbero fare proprio a proposito di questi diritti, che presentano dei malfunzionamenti che li depotenziano.

Senza uguaglianza economica, sarà difficile rendere sostanziale la parità dei cittadini di fronte alla legge e soprattutto le pari opportunità che dovrebbero essere garantite a tutti

Si tratta di disfunzioni causate sovente dalla progressiva burocratizzazione di tutto ciò che ci circonda o, cosa ancora più grave, volute da chi mal digerisce l’esistenza stessa di quei diritti e ne vorrebbe la loro costante amputazione. Non possiamo negare, giusto per fare qualche esempio, che la partecipazione politica sia aperta a tutti, ma quanti riescono davvero ad esercitare questo sacrosanto diritto-dovere? Quanto lunga e tortuosa è la strada per emergere, soprattutto per un giovane o per una donna? Né possiamo far finta di nulla quando diciamo che il controllo politico sul libero pensiero si è affievolito (ma non è sparito del tutto) e soprattutto che grandi e potenti lobby economiche riescono a “indirizzare” giornali, riviste, idee, svilendo non poco la corretta circolazione dell’informazione. Per ciascuno di questi diritti acquisiti esiste una sorta di argine alla sua piena applicazione. E questo è un primo dato di fatto. Ma qui non intendo trattare solo le patologie del sistema democratico, che pure richiederebbero molteplici approfondimenti, perché voglio far riferimento anche ad altro. Se abbiamo vinto le lotte per i diritti (pur con i limiti a cui finora ho fatto cenno), c’è una battaglia che abbiamo perso e che forse non vinceremo mai. Dobbiamo riconoscere, senza mezzi termini, infatti, che le disuguaglianze sociali ed economiche, malgrado tutti i principi, le dichiarazioni, le lotte, le rivolte, le rivoluzioni, non sono state mai abbattute. Il ricco ha cambiato nome, si è sapientemente aggiornato nel modello democratico, da feudatario e nobile che era è diventato potentato economico, poi, in parole povere, capitalista. Ha cambiato nome, ma non ha arretrato la sua funzione, non ha perso colpi. Era un ristretto gruppo sociale e tale è ancora, era una corporazione coesa e tale è rimasta, determinava gli scenari politici nelle piccole comunità come negli Stati ed è esattamente ciò che fa ancora oggi, e con un potere globalizzato superiore rispetto al passato. Era un’oligarchia potentissima e arrogante e, fatte salve le dovute eccezioni, tale si comporta ancora oggi nel nostro complesso contesto sociale. Insomma, per dirla tutta, con la piena vittoria del capitalismo le disuguaglianze economiche sono state certificate, legittimate in un mondo di diritti. Sta qui il grande vulnus nella storia dell’uomo, la grande malattia del mondo: non aver costruito una società dei diritti basata anche su una maggiore eguaglianza economica. Qualcuno può vederci una vetusta teorizzazione ideologica, che faccia pure. Io insisto nel dire che è un dato di fatto incontrovertibile. Mi si dirà che non si deve demonizzare il ricco, ma io non intendo affatto demonizzarlo, ma che io possa e voglia sperare che il mondo realizzi un maggiore benessere per tutti sulla base della progressività delle imposte (paga di più chi guadagna di più) è un principio-chiave dal quale non intendo affatto derogare. Perché non è sconclusionato pensarlo e men che meno dirlo. Lo ha posto nei suoi fondamenti-base la nostra Costituzione nata dopo il fatidico 25 aprile, il giorno della Liberazione dal fascismo. Io ogni tanto vado a rileggerla e ogni volta sogno un mondo migliore, perché la nostra Carta lo aveva teorizzato e auspicato.