Donne della scuola, scuola delle donne

Incombe sulle presenze femminili nell'istruzione una grande responsabilità: è sempre più necessario proporre le tematiche collegate alle pari opportunità, alla non discriminazione in base al genere, al femminicidio e all'omofobia

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Pochi sanno quanto le donne abbiano contribuito all’avanzamento culturale del nostro paese e siano state protagoniste di una lunga battaglia: la lotta contro l’analfabetismo. All’alba dell’unità d’Italia, l’ignoranza delle classi popolari costituiva uno dei più forti freni allo sviluppo sociale ed economico del Regno. In condizioni precarie, malpagate, spesso disprezzate perché sfuggite al “naturale” ruolo domestico (per insegnare alle donne era necessario un’attestazione di “moralità” del sindaco), considerate in basso nella scala sociale, le maestre sono state tra le prime donne a costruirsi, tra mille difficoltà, una dimensione lavorativa autonoma, e hanno ben presto trovato nell’insegnamento un’opportunità di riscatto.

Sempre più marcata, se non totalizzante, la presenza delle donne nelle scuole primarie

Abbandonato dagli uomini perché faticoso, poco retribuito e poco considerato, il mestiere di maestro diventa, nonostante gli ostacoli posti all’istruzione femminile, quasi esclusivamente appannaggio delle donne, al punto che già alla fine dell’Ottocento esse costituiscono l’80% del personale docente, a fronte di un analfabetismo femminile che nel censimento del 1881 si attesta sul 70% delle donne. Se le porte dell’istruzione superiore si aprono lentamente (del 1874 è l’accesso alle scuole superiori e all’università, ma nei primi del Novecento il numero di donne negli atenei non raggiungeva le duecento unità), le maestre rurali diffondono i rudimenti dell’istruzione nelle zone interne e disagiate, mal collegate, spesso in pluriclassi di svariate decine di bambini di diversa età, con stipendi inferiori a quelli dei corrispettivi maschi del 40%. E il loro contributo è significativo anche nella ricerca pedagogica e didattica, si pensi alle sorelle Agazzi o a Maria Montessori, il cui metodo è ancora oggi diffuso in tutto il mondo.
L’obbligo di istruzione è lentamente elevato dalla seconda elementare (1859) alla terza (1877), quindi alla quarta (1881) fino a raggiungere – sulla carta – i 14 anni nel 1923: negli anni 20 quattro milioni di bambini frequentano la scuola primaria e 400.000 la scuola superiore. Le maestre restano di gran lunga preminenti nelle scuole elementari e medie, mentre i docenti delle scuole superiori, pagati meglio e socialmente più considerati, sono uomini, anche perchè sono precluse alle donne le scuole tecniche, scientifiche e professionali, come molte facoltà (ad esempio Filosofia, Diritto, Economia).

Occorre riequilibrare i ruoli familiari con quelli rivestiti dalle donne nel mondo della scuola

È nel dopoguerra che comincia la scalata delle donne ai più alti gradi di istruzione; ciononostante il gap tra studenti e studentesse, secondo i censimenti ISTAT, si colma molto lentamente: solo negli anni 90 la percentuale di maschi e di femmine iscritta alle superiori corrisponde alla percentuale di ciascun sesso nella società.
Oggi le donne costituiscono il 100% delle docenti della scuola dell’Infanzia, il 98% nelle primarie, l’86% nella secondaria di primo grado e il 66% nella scuola superiore. La scuola è delle donne? Non del tutto… se si guarda ai ruoli dirigenziali, è solo nell’ultimo decennio che hanno raggiunto i vertici: minoritarie all’inizio del terzo millennio, in meno di 20 anni sono arrivate a costituire il 60% circa di Dirigenti scolastici, a fronte però di una presenza nell’insegnamento che raggiunge in media l’80%. Non è difficile capire il perché: immaginate un Dirigente maschio che, dopo una giornata di lavoro, dismette l’abito e si dedica a stirare, a rassettare o a fare la spesa?
E allora proprio in quanto “donne di scuola”, madri e insegnanti, tutte noi dovremmo impegnarci per realizzare una nuova rivoluzione “culturale” fondata sulla scelta consapevole del ruolo. Nessuna legge impone alla persona, nata donna, di assumersi le responsabilità legate alla casa e al ruolo “femminile” (la cucina o la cura dei figli e della casa): nulla è dovuto e nulla è scontato, nessuna aspettativa può derivare o deve essere accettata per il fatto di essere nate “femmina”. Questo non significa screditare o rifiutare le mansioni legate alla cura, oggi più che mai estesa a genitori anziani e nipotini, quanto pretendere di poter scegliere liberamente e con cognizione se rivestire anche questo ruolo, solo se ci piace e ci gratifica.
Incombe sulle donne quindi una grande responsabilità: nella scuola è necessario proporre le tematiche collegate alle pari opportunità, alla non discriminazione in base al genere, al femminicidio e all’omofobia; e a casa è urgente educare i figli maschi, futuri mariti e compagni, non solo a collaborare o ad “aiutare” nella gestione della casa, ma ad assumere la piena contitolarità della responsabilità domestica e di cura, in una divisione dei compiti consapevole ed equa.
Questa è la battaglia ancora tutta da vincere.