Eccessi di regime e le complicità degli intellettuali

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Ci siamo andati giù duro. Molti la pensano così. Dai post lasciati sui social a commento delle nostre cronache dal fronte del Coronavirus emergono giudizi talvolta taglienti. Noi però siamo sereni come la pasqua, perché abbiamo fatto quanto ci viene richiesto dal nostro statuto, che è quello di informare in autonomia senza replicare il pensiero unico. Chi replica e, quindi, “non dice” rinuncia alla funzione pubblica del giornalismo, cui è destinato per scelta responsabile. Purtroppo il silenzio compatto che regna da qualche decennio sul regime che ci governa ha trasformato la regola in eccezione, il libero esercizio professionale in eresia, il probo che è in noi nel reprobo in cui veniamo identificati.
Abbiamo raccontato di sprechi, illogicità, mancanza di visione prospettica e soprattutto di come l’emergenza Covid sia diventata il nascondiglio della politica, la tana del pensiero critico e del confronto. Lo abbiamo fatto perché una propaganda assordante ha cercato di nascondere il fallimento di una delle peggiori sanità d’Italia, incapace di organizzarsi e fornire risposte, gestita com’è da una dirigenza scadente e politicamente compromessa che mortifica le professionalità con l’esercizio di un potere ottuso e vendicativo. Il caso del dottor Luigi Greco, cooptato e poi cacciato dal “Ruggi” al primo stormir di distinguo, lo testimonia drammaticamente. Ciò che è accaduto in due mesi è il dato incontestabile di un dilettantismo sconvolgente: mancanza prolungata di presidi, medici dell’emergenza costretti ad acquistare i bidoni da giardiniere per sterilizzare mascherine inadeguate, percorsi ospedalieri trasformati in aree di diffuso contagio, tante, troppe morti evitabili e raffiche di irritanti spese inutili, come quella limite dell’ospedale a blocchi, ultimato a contagio ormai azzerato, che non potrà mai funzionare per mancanza di addetti. Fondi utilizzati con superficialità, mutando destinazioni e finalità europee per un’assistenza grossier e una propaganda ossessiva, circostanze sulle quali la Corte dei Conti e le Procure non potranno non allertarsi. Almeno loro non tacciano di fronte a una gigantesca manovra speculativa disposta per raccattare consenso, in una regione che era e resta senza prospettive e soprattutto senza guida politico-istituzionale adeguata, come emerge dalla contraddittorietà di ordinanze degne dei palinsesti di blog satirici. Una regione che, secondo i più recenti dati, è al primo posto per incidenza di malattie tumorali (flagello sul quale colpevolmente si tace), svettando in classifica anche per cementificazione (se la percentuale di suolo consumato in Italia è del 7,64 % nella nostra regione raggiunge il 10,43%, con cifre record a Salerno), degrado ambientale e per la corruzione, che sopravanza ogni scelta e ha trasformato la pur comprensibile discrezionalità emergenziale in arbitrio diffuso. Gli appalti per le mascherine aggiudicati ai titolari di bar, improvvisatisi imprenditori di settore appena 24 ore prima delle gara, raccontano il degrado nel quale siamo piombati, una deriva sconvolgente. Il che spiega anche il motivo per cui il sistema territoriale della Campania non funzioni e il motivo per cui la regione si ritrovi all’ultimo posto per i servizi, il reddito pro-capite e la qualità della vita.
L’operazione più recente, passata nell’indifferenza generale, è quella della trasformazione di un’emergenza, peraltro non grave nella nostra regione, in una fecondità prescrittiva e di spesa a dir poco sospetta, che ha scardinato le libertà costituzionali, unica strada che un logoro potere trentennale aveva per accreditarsi o per ritardare l’inesorabile fine che ha davanti a sé. Manovra di regime, che ha calpestato la vita di cittadini ignari, ingabbiati in un labirinto di terrori e angosciose attese. La paura è il maggior nemico dell’uomo e in Campania vive grazie al massiccio calo di fiducia nelle proprie capacità, frutto di una pluridecennale politica clientelare che mortifica il merito, oggi inasprita da raccapriccianti rappresentazioni di apocalittiche catastrofi imminenti. Su questa incombenza della paura e del rischio si è costruito un progetto di resistenza da parte di una classe dirigente nepotista e dispotica, al cui vertice siede uno dei maggiori trasformisti global al cui cospetto impallidiscono Fregoli e lo Zelig di Woody Allen. La centralità di una scena grottesca che la Campania occupa ormai da protagonista, senza neppure saperlo, irretita com’è da quotidiane rappresentazioni della realtà che le vengono quotidianamente somministrate dai media di regime, fornisce il segno del letargo della politica e la sua conseguente separazione dalle comunità che operano con prospettive credibili di progetto e di ripresa.
Perché una mutazione anche antropologica di una così vasta comunità regionale può compiersi in un silenzio assordante, addirittura con le vittime divenute masse plaudenti del loro infausto destino? L’interrogativo chiama in causa soprattutto chi informa e quanti ritengono di operare pensando. I cosiddetti intellettuali, potremmo dire sintetizzando. Qui il cerchio si chiude, perché non è possibile definirsi tali, se poi si ripete come tanti pappagalli sempre e soltanto il pensiero unico. L’intellettuale, quando è tale, non può mai uniformarsi a un verbo preconfezionato, deve essere scomodo, deve offrire una visione alternativa, se non eretica, altrimenti diventa, come è accaduto, la comoda poltrona sulla quale giacciono le terga del potere. Se non si sta ai fatti, ma si disloca la propria intelligenza tra postazioni che si dovrebbero attraversare criticamente, si fa strame del giudizio e del dissenso, si replica ciò che la gente pensa senza pensare, si fa commercio del proprio impegno spendendolo in circuiti autoreferenziali e per raccogliere facile consenso. Tutto ciò ha portato all’annullamento di un autentico pensiero collettivo, al quale molti menestrelli di corte avrebbero avuto il dovere di contribuire. Non è intellettuale, diceva Sciascia, colui che predispone il proprio impegno che, al contrario, dovrebbe essere libero e indefettibile. Eppure, in tanti avrebbero dovuto sapere che è soltanto nel conflitto e nella civiltà del libero dialogo che si acquisisce coscienza della storia. Coscienza che tace quando ci si rapporta pigramente ai rapporti di forza, adoperandosi, di fatto, affinché non avvenga alcuna emancipazione.
Il compianto filosofo Costanzo Preve, maestro indiscusso di libertà, qualche anno fa scandalizzò l’intellighentia dei salotti radical chic, affermando che “gli intellettuali sono mediamente più stupidi della gente comune”, perché si muoverebbero seguendo il politicamente corretto e l’eticamente corrotto, accettando così la subalternità nella quale si sono volontariamente confinati. Ecco, il nostro impegno di umili cronisti liberi intende opporsi a questa deriva, con l’augurio che possano essere ripensate le prospettive del pensiero critico per la costruzione di un più decoroso assetto politico-istituzionale di Salerno e della Campania.

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno-L’ALTRAVOCE della tua Città)