“Mille più mille fa duemila!?” – dice Sandra, che mi lancia uno sguardo desideroso di conferma, dall’altro lato della tavola.
“Sì” – le dico io.
“E 5mila più 5mila fa 10 mila?!”
“Sì!”– inizio ad emozionarmi.
“E 100mila più 100mila fa duecentomila?!”
“Sì” – sono in estasi. Non lo nego.
Le sorelle non stanno suggerendo. Mangiano e parlano d’altro. E lei, 15 giorni di prima elementare in presenza e 15 in dad, mi fa questi calcoli!
“Ma dimmi un po’” – chiedo io giusto per capire se ripete a pappardella o se ragiona veramente – “secondo te, mille più 2mila quanto fa?”
Giusto un attimo di riflessione e poi con voce candida: “3mila!”
“E 5mila più 5mila?”
“Diecimila!”
“E 10mila più 10mila?”
“Ventimila!”
“E 2mila più 3mila?”
“Cinquemila!”
È un crescendo di enfasi materfiliale (neologismo creato per l’occasione). Di toni e stupore da “Lascia o raddoppia!”.
Sarei tentata di vedere come se la cavi con le radici quadrate!
Ma in tutto questo botta e risposta, mio marito, che spesso reputa eccessivo il mio entusiasmo e che, forse, ancora ce l’ha con la figlia, che la settimana scorsa l’ha scartato come compagno di squadra nel gioco delle tabelline (“Mamma è più esperta”, gli aveva detto …) interviene con un lessico familiare, avendo come unico obiettivo quello di stemperare la mia esaltazione, onde evitare che la bambina, a suo avviso smisuratamente apprezzata dalla mamma, pensi di essere un genio.
Ed usa la parola “babba” che è da intendersi come “sciocca”, ma in senso affettuoso, e chiede: “E una babba più una babba quanto fa?”
“Papà” – dice Sandra.
E il padre incalza: “Babba più babba quanto fa, non lo sai?” – ridacchiando.
“Papà” – ripete Sandra.
“Ah questo non lo sai” –  insiste ancora il padre, cantilenando – “Babba più babba … non sai rispondere …”
“Papà, ti ho risposto, fa papà: due babbe uguale un papà!”.