Falsi positivi, il giallo Covid

Il patologo ebolitano Antonio Lioi, compulsato da un operatore di una Asl campana: «Il problema c’è senz’altro ma è controllabile. Diversi i possibili fattori di inquinamento dei test»

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La premessa: «È difficile valutare quantitativamente un dato di questo tipo, perché molti risultati di falsi positivi in laboratorio non vengono comunicati. Perché quando avviene un episodio, se il biologo molecolare è attento, se ne accorge e lo ripete e controlla automaticamente tutta la seduta di lavoro». E tuttavia, il fenomeno dei “falsi positivi” Covid esiste, ed è stato rilevato dagli operatori sul campo. A spiegarlo è il patologo ebolitano Antonio Lioi, all’attivo una lunga esperienza all’ospedale Cotugno. La problematica è emersa in un dettagliato post su Facebook. Lioi, grande esperto della materia, si è dilungato nella sua trattazione. Lo spunto glielo ha fornito un quesito, inviatogli dall’infettivologo ed epatologo Carmine Coppola, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Medicina Interna ed Epatologia all’Asl Napoli 3 Sud.
Allora dottor Lioi, ci può esemplificare quando ci troviamo in presenza di false positività?
Se su 300 tamponi, il 70-90% dei campioni risulta positivo, significa che la seduta è andata persa, e quindi la si controlla. Se invece i positivi sono pochi, è un po’ più difficile. Anche perché in una seduta di lavoro, normalmente, si dovrebbe mettere un controllo positivo e uno negativo, in modo tale da avere la certezza dell’attendibilità di tutta la seduta di lavoro. Il discorso che facevamo con il dottor Carmine Coppola, insigne infettivologo dell’università di Napoli, era legato ai problemi tecnici di esecutività del test. Era un fatto puramente tecnico, di quali erano le possibilità di errore che si possono verificare, non tanto il numero e la quantità.
Come mai è difficile quantificare la portata del fenomeno?
Quando si fa un test di Pcr di biologia molecolare, molto spesso, se non si usano delle precauzioni tecniche, si può avere una dispersione di materiale. Per cui la seduta precedente può inquinare la seduta successiva. Ma anche in questo caso il laboratorista non dice ciò che avviene: fa un controllo pro verifica, e corregge il dato prima di comunicarlo.
Quando sfugge qualcosa di questo tipo, in effetti, e vengono comunicati i falsi positivi, dando risultati sbagliati, allora la grandezza di questo fenomeno è difficile da valutare. Ripeto: perché il laboratorista non lo comunica, è un fatto interno.
Ma una volta verificatosi l’errore, con relativa comunicazione di positività, come facciamo ad accorgerci che, in realtà, si tratta di un falso positivo?
Sulla falsa positività incide anche, a volte – anche se è più raro – la tecnica del prelievo del tampone. Perché se non viene fatto tecnicamente per bene, si può verificare l’inquinamento al momento del prelievo. Cioè, è già il tampone ad essere inquinato.
Ed è più raro quest’ultimo caso?
È raro perché, attualmente, la tecnica è stata abbastanza standardizzata. Per cui il tampone si fa sia faringeo che oro nasofaringeo. Cioè viene fatto prima alla gola, e poi alle qualche volta, un operatore poco esperto possa farlo prima alle narici. Allora siccome è molto facile l’inquinamento, in questo caso, potrebbe esserci un falso positivo legato non tanto alla tecnica di esecuzione del tampone, ma all’inquinamento sul tampone stesso.
E in questo caso come si fa a stabilire se siamo di fronte ad un falso positivo?
Questo spetta ad una interpretazione che si fa tra i dati anamnestici, cioè tra la sintomatologia generalmente del paziente, e la risposta che si ha dal tampone. Nel senso che è difficile valutare una positività, una volta che è stata comunicata da parte del tecnico che esegue il test. Mentre invece i dubbi sulla positività li può avere il medico che segue il paziente.
Scusi, in che senso?
Perché se il paziente è un asintomatico completo, e non ha avuto nessun contatto, cioè diciamo che c’è un tampone di controllo generico sulla popolazione, e ci si aspetta una percentuale – ad esempio -come oggi è il rapporto tra positivi e tamponi è intorno all’8-9%, ma si ha risposta del 30-40% di positività su 100 tamponi eseguiti, è chiaro che deve sorgere il sospetto.
Quindi, in definitiva, possiamo affermare che il problema dei falsi positivi c’è.
C’è, ma non è così eclatante. Si può verificare, ma si può facilmente controllare. Perché, a mio modestissimo parere, meglio avere un falso positivo che un falso negativo.
Perché?
Se c’è un falso positivo, significa dover mettere in protezione il paziente. Se c’è un falso negativo significa far girare un vero positivo per la popolazione, il che è molto più pericoloso.

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno-L’ALTRAVOCE della tua Città)