Fantasmi casalesi sul Vallo dei veleni

Cardiello in affari con Vassallo, un cementificio deposito di liquami. Il giallo dell’autista scomparso: delicata indagine dell’Antimafia

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1936

Per cercare di capire bene che cosa succede nel Vallo di Diano, territorio un tempo incontaminato sul quale le ecomafie hanno cominciato a eleggere domicilio fin dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso, conviene partire dalla fine. Da un paio di avvenimenti di cui le cronache (in maniera alquanto distratta e superficiale, per la verità) sono state costrette a occuparsi negli ultimi tempi.
Il primo fatto, dal quale discende una misteriosa sparizione, un giallo di cui da qualche mese si parla, ma solo sottovoce, a Sala Consilina e dintorni, lo facciamo raccontare direttamente dall’Ansa, che il giorno 23 ottobre del 2019 batte questa notizia: “Scoperto un vasto traffico di rifiuti speciali, con potenzialità radioattive, con smaltimento nel Vallo di Diano (Salerno) ma proveniente da tutta Italia. I carabinieri della compagnia di Sala Consilina (Salerno) hanno posto sotto sequestro 16.000 litri di idrossido di potassio, sostanza altamente tossica e cancerogena, e un’area di circa 2000 metri quadri adibita a deposito e stoccaggio illecito di rifiuti speciali pericolosi. I militari dell’Arma, coordinati dal capitano Davide Acquaviva, la scorsa notte hanno fermato a Sant’Arsenio (Salerno) un camion con rimorchio di una ditta per la produzione di materiale edile che trasportava sei cisterne, dotate di rubinetto, contenenti seimila litri del liquido utilizzato quale detergente alcalino per applicazione industriale. A seguito di ulteriori controlli presso il deposito, ubicato nell’area industriale di Polla (Salerno ), della stessa ditta, sono state scoperte altre dieci cisterne con all’interno lo stesso liquido di idrossido di potassio”.
Fin qui la maggiore agenzia di stampa italiana, il cui lancio viene ripreso da tutti i giornali, anche molti nazionali, perché l’associazione Vallo di Diano – rifiuti tossici fa scattare nelle redazioni riflessi automatici, un po’ come succedeva alle famose galline di Pavlov quando si accendevano le lampadine. A guidare l’autocisterna intercettata dai carabinieri in quella notte di ottobre, è un ventiseienne autotrasportatore di Sala Consilina il quale durante il primo, sommario, interrogatorio a cui viene sottoposto dai militari indica anche la meta del suo viaggio. La Betonvall Calcestruzzi, uno stabilimento che occupa una superficie di 2000 metri quadrati nell’area Pip tra Sant’Arsenio e Polla. Una sorta di contenitore dismesso. E sì, perché una volta ottenuta la “confessione” dell’autista, i carabinieri fanno visita alla Betonvall, e scoprono che l’azienda è inattiva già da un pezzo. Almeno come cementificio: perché l’altra scoperta che i militari fanno lascia supporre che la Betonvall sia stata, come dire? “riconvertita”. All’interno dell’opificio, infatti, i militari rinvengono altre dieci cisterne, della capacità di mille litri ognuna, piene fino all’orlo degli stessi liquami trasportati dall’autocisterna. In un colpo solo, insomma, i carabinieri mettono le mani su 16mila litri di idrossido di potassio, materiale altamente inquinante mescolato a vernici e Pcb, il tanto temuto Policlorobifenile che, se assunto, è letale sia per gli uomini che per gli animali. Tracce di Pcb sono state trovate nel polmone mangiato dal cancro di un giovane vitello morto a Monte San Giacomo, vicenda che ha spinto il veterinario del paese, Rocco Panetta, a rilanciare l’allarme sull’inquinamento da rifiuti tossici di vaste aree del Vallo di Diano, una conca molto ampia compresa tra due catene montuose che nel Pleistocene ospitava un grande lago.
Proprietario della Betonvall è un 56enne di Sassano, Pasquale Quagliano, un personaggio abbastanza conosciuto in tutta la vallata, in passato presidente del comitato per i festeggiamenti in onore di Padre Pio organizzati ogni anno a Varco Notar Ercole, una delle frazioni del paese delle orchidee il cui sindaco, Tommaso Pellegrino, è anche presidente del Parco Nazionale del Cilento, del Vallo di Diano e degli Alburni. Sia Quagliano che l’autista di Sala vengono solo denunciati a piede libero all’autorità giudiziaria di Lagonegro. Da quel momento, del 26enne di Sala che avrebbe attraversato l’Italia (partendo presumibilmente da Cinisello Balsamo) al volante di una vera e propria bomba ecologica, si perdono le tracce. Svanito. Scomparso. Dalla fine di ottobre nessuno l’ha più visto, né a Sala, né negli altri centri del Diano. Un giallo, appunto. Che introduce ulteriori elementi di inquietudine in una vicenda dai contorni che possono apparire indefiniti solo a chi non è in grado di stabilire connessioni tra ciò che accade ancora oggi e quello che, su quel territorio, è avvenuto nell’ultimo quarto di secolo, e forse pure di più, accertato anche da diverse iniziative della magistratura. In primis, si capisce, l’inchiesta Chernobyl, aperta dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere e poi conclusasi, processualmente, con un nulla di fatto. A Sant’Arsenio, dove è stata sequestrata l’autocisterna, è nato il 26 ottobre del 1943 Luigi Cardiello, il “Re Mida dei rifiuti”, per molti anni in rapporti d’affari con l’ex “ministro della monnezza” dei clan casalesi, quel Gaetano Vassallo che, dopo essersi pentito, sollevò i veli dai presunti rapporti tra il cartello Bidognetti-Schiavone-Zagaria-Iovine di Casal di Principe e il mondo politico casertano, scaraventando in un mare di guai (insieme giudiziari e politici) l’ex sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino, già coordinatore regionale di Forza Italia quando Forza Italia (sembra un secolo, ma parliamo di meno di 15 anni fa) era un partito che in Campania prendeva quasi il 40% dei consensi. Di Cardiello Vassallo parla nel libro – confessione scritto con la collaborazione della giornalista del Mattino Daniela De Crescenzo “Così vi ho avvelenato”. La ditta intestata a Cardiello e alla sua convivente compare in epigrafe come una delle aziende di cui l’organizzazione con al vertice Vassallo si servì, tra il 1998 e il 2003, per il trasporto e l’intombamento, in varie zone della Campania, dei rifiuti tossici e pericolosi. E Cardiello, incassata nel 2012 in Cassazione una provvidenziale prescrizione che gli cancellò una condanna in secondo grado a 4 anni di reclusione, non risulta che si sia mai rassegnato a una, sia pur dorata, quiescenza.
Ombre. Fantasmi del passato che si sono d’improvviso rimaterializzati, dopo gli anni della “dimenticanza”. Forse è per questo che, sul sequestro dell’autocisterna e del cementificio di Sant’Arsenio, alle indagini della Procura di Lagonegro, competente per i reati “ordinari” da quando è stata soppressa quella di Sala Consilina, si aggiunge l’attività conoscitiva avviata dalla Distrettuale antimafia di Salerno, che ha messo a lavorare la Dia. La cosa, quindi, è molto più seria di come vorrebbe farla apparire, per esempio, il presidente del Parco del Cilento, Tommaso Pellegrino, che il giorno dopo l’operazione dei carabinieri ha rilasciato una lunga dichiarazione in cui è arrivato a dire, tra l’altro: “C’è chi, non conoscendo ciò che realmente è accaduto, continua a parlare di sversamenti, di inquinamento della nostra Terrra, di presenza nei terreni di materiale pericoloso e di falde acquifere inquinate, determinando un ulteriore danno all’immagine della nostra Terra. Magari sono le stesse persone che gridano allo scandalo dello spopolamento e alla fuga dei giovani. Io mi chiedo ma quale famiglia può scegliere di trasferirsi e di venire a vivere nel Vallo di Diano di fronte allo scenario apocalittico descritto?” (Sic!).
Nel frattempo, e siamo al secondo fatto avvenuto negli ultimi tempi utile a proiettare un po’ di luce su queste vicende che vengono avvolte spesso da una nube in cui non si da dove finisce l’ipocrisia e dove comincia l’omertà, una lettera inviata ai giornali locali lo scorso 2 novembre e dai giornali stessi derubricata immediatamente a “sfogo” di un’anziana ambientalista arrabbiata suona come una denuncia terribile. L’ha scritta una professoressa di S. Arsenio, Maria Antonietta Rosa, e le prime righe sono agghiaccianti: “Stamane mi sono recata, insieme a mio marito, al cimitero di Sala Consilina per far visita ai miei cari estinti. Portando un fiore ad un caro amico, deceduto da poco, mio marito si è soffermato a guardare anche le foto degli altri defunti, deceduti da qualche mese. Essendo tumulati in loculi murari le foto dei loro visi evidenziavano un’età ancora giovane ed è stato inevitabile chiedere ai parenti che ornavano i loculi per la commemorazione del 2 Novembre, quale fosse stata la causa della loro morte prematura. Dall’inizio del 2018 al 2 Novembre 2019, tranne che per pochi, la causa era stata il tumore che li aveva colpiti in vari organi del corpo. Le notizie riportate negli ultimi giorni dai media ci fanno pensare quanto sia vero il rapporto causa-effetto tra l’avvelenamento della nostra terra e la morte di tanti abitanti del Vallo di Diano. Da anni tutti noi sappiamo che non è solo la Campania della “Terra dei fuochi” ad essere inquinata ed avvelenata ma anche parte della provincia di Salerno. Pochi delinquenti affiliati alla camorra locale, di notte, versano nei nostri canali, nei nostri fiumi e sui nostri terreni rifiuti tossici e cancerogeni all’insaputa degli abitanti. Gli oncologi e gli specialisti napoletani continuano a vedere arrivare dai nostri paesi pazienti con diagnosi di tumore alle vie respiratorie, gastroenteriche, tiroidei, ecc… che, a differenza del passato, hanno un decorso violento e rapido, con persone che muoiono anche dopo il primo ciclo di chemioterapia. Forse basterebbe fare un’indagine-inchiesta presso i cimiteri locali per sapere quanti sono morti nell’ultimo anno per malattie tumorali…”. In passato, la professoressa Rosa aveva denunciato il caso di un suo alunno che si addormentava in classe. I carabinieri accertarono che il ragazzo, un sedicenne, era sempre stanco perché di notte veniva utilizzato dalla camorra dei rifiuti tossici come vedetta: doveva avvertire i proprietari dei fondi quando arrivavano i camion con i veleni. Come lui, altri adolescenti del Vallo di Diano avevano svolto questo ruolo. E, si accertò, erano stati pagati in natura: i signori della morte procuravano loro prostitute, per compensarli dei servigi resi.

(Tratto dal Quotidiano del Sud-L’ALTRAVOCE della tua Città)