Fare chiarezza sulla Procura di Salerno

Occorrono risposte dopo le imbarazzanti intercettazioni tra due sostituti e le accuse dei colleghi

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Turba il prolungato silenzio dei vertici della magistratura salernitana, dopo la pubblicazione sul nostro giornale di un’intercettazione telefonica inquietante e rivelatrice. Due signori scafati, che vestono da anni la toga, uno appartenente alla giudicante e l’altro alla pubblica accusa, dialogano sulla strada più efficace da percorrere per far progredire nella carriera in polizia il fratello di uno dei due, il sostituto procuratore per la precisione. Parola tira parola, accusano altri due colleghi, estranei alla conversazione ma interni alla Procura di Salerno, di manovre (definite allegramente “concussioni”) messe in atto per favorire un politico intraprendente e ancora in carriera nell’arcipelago della politica egemone a Salerno da più di un ventennio. Si dirà che nei fili del telefono può scorrere di tutto: vanterie, frustrazioni, rabbiose bugie, invidie, livore, meccanismi di difesa che segnalano talvolta il mancato appagamento di un bisogno o di un desiderio, spesso legati alla brama di potere. Tutto vero, ma quella intercettazione è dal 2016 agli atti di un processo che riguarda un magistrato, destinatario in passato di misure cautelari, per cui sarebbe lecito chiedersi cosa sia accaduto dopo che uno dei due interlocutori è stato sentito sulla circostanza e se i presunti autori dell’aggiustamento abbiano spiegato l’istruzione e l’iter del processo a carico del politico loro affidato dalla giurisdizione. Una traccia fanghigliosa di questo tipo, per qualunque persona non protetta, avrebbe avuto esito e conseguenze gravissime, probabilmente clamorose. Non vorremmo che, a Salerno, operasse anche per la presunta responsabilità penale dei magistrati una forma di autotutela di casta, vietata generalmente agli altri cittadini ai quali, per la difesa dei propri diritti, la legge impone di rivolgersi all’autorità giudiziaria. In un recente documento della sezione dell’ANM, riunitasi pochi giorni dopo la pubblicazione sul Quotidiano del Sud di altre intercettazioni tra il dottor Palamara e un altro magistrato salernitano (che intese blindare, grazie al reiterato telefono amico, la promozione al vertice dell’ufficio che attualmente ricopre), fu annunciata una rinnovata e integrale trasparenza della categoria. Il degradante linguaggio che emerge dai dialoghi captati ai giudici imponeva d’altra parte tale scatto etico per un disperato recupero di credibilità. Anche questa volta, però, le parole si sono rivelate vuote, esprimendo valori universalistici ad alto tasso di condivisione, ma trascendendo da dati specifici, sui quali conviene evidentemente tacere. Una direzione intimamente conformista, che inquadra il mondo dal prisma del potere, evitando tensioni con i suoi elettrizzanti tentacoli.

Le parole, da sole, non bastano più. Esse appassiscono e si ammalano se non esprimono convinzioni certificate, concetti chiari, impegni precisi. Esigenza, questa, che è avvertita come una necessità nella provincia di Salerno, marchiata negli anni da episodi di malagiustizia persecutoria o omissiva. Se non si fa chiarezza su questo fronte, se l’autonomia della magistratura non diventerà un valore praticato e percepito dalla collettività, rischia di verificarsi anche per la giurisdizione quella mutazione genetica che, in larga parte, ha trasformato gli intellettuali del territorio in mandarini al servizio della potente oligarchia imperante. Il punto più preoccupante della contemporanea auto-narrazione togata, anche locale, non riguarda il ruolo delle correnti (che, se recuperate a una funzione dialettica, potrebbero essere un arricchimento), ma il fare o non fare giustizia, perseguire o non perseguire i fatti, per gli interessi più vari, anche politici o parentali. È qui che la magistratura rischia di diventare, o perlomeno apparire, come un potere subordinato ad altri, perdendo quel ruolo vigile di agenzia istituzionale del controllo di legalità, contrappeso indispensabile del potere politico. Funzione che, in molte circostanze, non è apparsa chiara, sin dagli anni lontani dell’inchiesta sul trasferimento d’ufficio, per incompatibilità ambientale, del dottor Antonio Esposito dalla pretura di Sapri, avviata a seguito di un’interrogazione dei parlamentari Carmelo Conte e Giorgio Napolitano. In quegli anni operava come sostituto procuratore, presso il Tribunale di Lagonegro, un magistrato che, approdato a Salerno, fu protagonista di un clamoroso processo alla politica che la sentenza ritenne, però, costruito sul nulla. Tempo e spese buttati al vento. In questa Procura si concluse con disdoro, circa dieci anni fa, la vicenda dello scontro con l’ufficio inquirente di Catanzaro per il caso di Luigi de Magistris, attuale sindaco di Napoli. Le maggiori inchieste, che hanno inferto colpi durissimi al sistema criminale, non hanno quasi mai coinvolto la Procura di Salerno. Un gigantesco traffico illegittimo di cemento greco, agli inizi degli anni 90, fu scoperto al porto dalla Procura di Napoli, così come, sempre da Napoli, giorni addietro, è stato intercettato il più grande sequestro di droga della storia.

Nella vita tranquilla di quest’ufficio, è vero, c’è Mani pulite, una pagina che ha però provocato prevalentemente iniquità e morti: il caso del sindaco Vincenzo Giordano è un altare all’ingiustizia.

Persecuzioni e omissioni, dicevamo. Negli ultimi vent’anni sembra essere diventato di moda il secondo metodo. Inchieste diluite nel tempo o frammentate in segmenti di indagini che impediscono una visione olistica di realtà territoriali sensibili. Pubblichiamo all’interno una nostra inchiesta su alcune oscure stasi investigative presso il Comune di Eboli, che hanno spinto un gruppo di consiglieri comunali a coinvolgere il Csm su diversi casi di apparente impunità.

Storie vecchie, vizi nuovi e dubbi di sempre che rinnoviamo con convinzione, perché ci rifiutiamo di credere che possa esistere un filo rosso di contatto tra chi delinque, chi intercede e chi tollera. Ma per escluderlo non è più tempo di tacere e occorre andare a fondo.