Fare l’amore nella lontananza, se il contatto diventa orrore

L’epidemia come narcisistico distanziamento

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Allora è proprio vero: il virtuale ha preso il sopravvento sulla realtà; e dobbiamo rassegnarci. Il nuovo reale (il virtuale) rischia di modificare in maniera definitiva la psiche degli uomini. La tendenza era da tempo strisciante. Il Paese con più telefonini in proporzione agli abitanti, e più comunicazioni WhatsApp era già l’Italia. Ora il nostro Paese consolida il primato. Dal momento che non sappiamo quanto tempo durerà questa pandemia e se mai ne verremo fuori, e dal momento che in futuro ogni ulteriore crisi sanitaria da contagio virale sarà probabilmente gestita nella maniera con la quale oggi stiamo reagendo, i rapporti virtuali, la comunicazione a distanza, sempre sconsigliata dagli psicologi, sarà una risorsa, la via maestra del pensiero associativo.
Si diceva ai nostri figli: devi incontrare le persone; oggi e forse domani si dirà loro il contrario. Si diceva: le emozioni, i sentimenti devono essere espressi “de visu”, attraverso la presenza fisica e il linguaggio antico del corpo. Domani li inviteremo a fare l’opposto.
Anche l’amore – finalmente – sarà vissuto a distanza. Senza la fatica di essere insieme presenti sul posto. In fondo, l’amore è sempre stato il luogo della proiezione dei nostri fantasmi. Sull’altro che amiamo proiettiamo le figure interne del nostro immaginario. Così ha sempre funzionato l’amore. Freud in una lettera privata al suo amico Fliess confida: “Mi sono abituato all’idea di considerare l’atto sessuale come un processo che coinvolge quattro persone” (due reali e due immaginarie). Lacan poi proclamerà: “il rapporto sessuale non esiste”. Ossia l’altro non sarà mai raggiunto. Il sogno di fare, di due persone, una unità (Platone) sarà sempre frustrato. Se l’altro resta impenetrabile e irriducibile alla cattura pulsionale del soggetto, che bisogno ho di incontrarlo veramente di persona? Certo, la carne. L’attrazione corporale. Potremmo seguire, allora, l’esempio di Baudelaire che, secondo quanto scrive Sartre in un suo celebre saggio, era solito restare vestito e indossare guanti quando faceva l’amore con le sue amanti, per non toccarle, per non essere da loro contaminato. Il suo essere doveva restare integro e isolato, incorrotto. Fare l’amore, ma nella distanza, senza l’orrore di un contatto vero con un altro essere umano. Certo, questo potrebbe essere il nostro nuovo orizzonte erotico-esistenziale. In fondo, il virus ha solo accelerato un processo già in atto. I sintomi di un narcisistico distanziamento dal concreto tangibile già c’erano, ma abbiamo preferito non guardarli. Non siamo stati noi a premiare con cifre milionarie artisti come Cattelan o Jeff Koons, che hanno solo ideato e mai toccato le opere che “creano” e che altri realizzano? Non siamo stati noi a sacrificare interessi e conversazioni dal vivo per dedicarci a computer e telefonini? Ma voglio, per una volta nella mia vita, essere sincero: personalmente, con i messaggini io comunico meglio. Il vantaggio è innegabile: la mia immobilità emotiva non sarà alterata dalla presenza invadente dell’interlocutore, del suo sguardo e della sua voce. Una presenza che interrompeva il mio solipsismo e che era l’ingombro di cui la mia psiche statica intendeva inconsciamente sbarazzarsi. Ora, invece, chiuso in casa, vedo la mia segreta aspirazione realizzarsi: finalmente la stasi esistenziale. Finalmente l’alternativa vegetale. Solo e con il telefono su cui tweettare. Confessiamolo: questa modalità comunicativa a distanza è divenuta un bisogno. Linguaggio egemone all’interno del nostro cervello. Internet, inoltre, ci consentiva di inventarci e proporci diversi da come abitualmente ci sentiamo. Ma seguiva la fatica fisica di dovere, poi, recitare dal vivo, nell’incontro fisico con l’altro. Ora siamo esentati da questo approdo logorante e spesso deludente. Infettati dalla verità, precipitavamo spesso nell’avvilimento e nella frustrazione. Oggi, invece, al “reshoring” (rientro in patria) delle attività produttive della strisciante de-globalizzazione, fa riscontro un “reshoring” psichico, finalmente un rintanamento delle energie mentali. Se i funesti presagi di un futuro assediato da malattie virali si dovessero realizzare, la vita non potrà più essere agita. Della vita ci resterà solo la nuda proprietà. Meglio così, mi dico. Ma ecco che si insinua dentro di me il sospetto che queste considerazioni nascano da una mia personale diserzione dalla vita, da un esilio volontario dall’esistenza, uno slittamento depressivo. Questo malfido pensiero si fa strada dentro di me, come un fastidioso anticorpo che devo neutralizzare. Chiedo lumi al mondo: mi affaccio alla finestra e mi affido al vuoto consolante delle strade che sembrano dirmi: – Stai sereno: rispecchiati in questo vuoto, al mondo non c’è nulla che significhi alcunché -“Bene”, mi dico rientrando. E mi accendo un sigaro. Ma l’abulia nella quale affondo non dura molto. Una forza preme per uscire: esistere! Da ex-sistere = fuoriuscire, esistere è uscire da sé. Dare forma ai desideri. Senza desiderio io non esisto. Ed è nell’Altro che si insedia il desiderio. Questa inquietudine che avverto, allora, è vita. Vivere, come sostenevano i Greci antichi è “paschein” (da cui pathos, passione), ossia: sentire profondamente. E non c’è sentimento, non c’è emozione se non nella relazione vera con l’altro. Senza incontro, senza relazione vera, l’uomo non esiste. E’ dallo sguardo dell’altro che riemerge il mio essere al mondo. Se non incrocio l’altro, non incrocio la vita. Scriveva Hillman: “L’anima non è dentro di noi, ma nelle cose che incontriamo”. Siamo fregati?

(Tratto da Il Quotidiano del Sud di Salerno-L’ALTRAVOCE della tua Città)