Fermiamo la catastrofe ecologica

Occorre una lotta radicale non di classe ma di uomini e donne che devono organizzarsi per modificare radicalmente il predominio dei grandi gruppi monopolistici che stanno uccidendo il pianeta dominati dall’egoismo del potere e della ricchezza

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Non c’è ormai giorno in cui la stampa nazionale e internazionale e i mezzi di comunicazione non segnalino luoghi e contrade del nostro pianeta in cui l’ambiente e il suo clima vengono violentati e aggrediti dalla vera e propria organizzazione a delinquere che si manifesta sempre più nel vergognoso intreccio tra la politica ultraliberista della maggior parte delle nazioni e gruppi e monopoli industriali che guardano sempre prima al profitto e quasi mai alla salute del genere umano. In queste settimane stiamo subendo un’ondata di caldo che tocca le maggiori città dell’Europa e dell’America con punte che hanno oltrepassato i 40 gradi (addirittura 30 gradi in Alaska) e abbiamo alle spalle un inverno che è stato tra i più rigidi della storia recente e con un maggio molto più rigido dei mesi invernali. I grandi ghiacciai della Groenlandia e dei due poli stanno subendo, a causa dell’irresponsabile riscaldamento climatico, un progressivo e pericoloso ridimensionamento. Le grandi foreste della Siberia, della Groenlandia, del Canada e dell’Alaska sono periodicamente devastate da grandi incendi. Solo in Alaska sono stati divorati dagli incendi dall’inizio di quest’anno otto milioni di ettari, cioè un territorio delle dimensioni dell’Umbria.
La grande stampa internazionale e le televisioni, oltre che i social network, pare stiano prendendo maggiore consapevolezza di una battaglia contro quei governi (in prima linea Donald Trump, il campione degli interessi della grande industria contro la salute dell’umanità) che boicottano ogni iniziativa internazionale per prevenire e combattere i gravissimi danni inferti all’ambiente e al suo clima. Il disboscamento di intere foreste (solo nel maggio scorso in Brasile si è disboscato un territorio di 739 chilometri quadrati) favorito e incrementato da un presidente Bolsonaro che deve la sua elezione ai latifondisti che vogliono più terre per le mandrie e per la coltivazione di idrocarburi vegetali. Dinanzi a questi catastrofici scenari anche la scienza sembra inerme, dovendo fare i conti con fenomeni del tutto imprevedibili fino a qualche anno fa. Ha lanciato l’ultimo allarme – attingo la fonte da “la Repubblica” – la Word Meteorological Organization secondo la quale le foreste boreali stanno bruciando a un ritmo mai visto da 10.000 anni. Tuttavia, malgrado questo quadro non certo rassicurante, sembra che qualcosa inizi a muoversi, come si può vedere dalla notizia che la California e altri 13 Stati Usa hanno deciso, contrariamente a quanto disposto da Trump, di attenersi alle disposizioni degli accordi di Parigi sul contenimento delle emissioni di gas di scarico delle auto. Infine, non si può che salutare con estremo favore la decisione de “la Repubblica” di partecipare, insieme ad altre famose testate internazionali, al progetto Covering Climate Now, che ha come finalità quella di colmare i ritardi dell’informazione sulla salute del pianeta. Ma non basta la mobilitazione dell’opinione pubblica, né bastano gli inviti della battagliera Greta a modificare radicalmente gli stili di vita ispirati alla difesa dell’aria che respiriamo e dell’acqua che beviamo. Una volta si parlava di lotta di classe, operai e contadini contro la prepotenza dei padroni, oggi lo scenario è diverso, ma la finalità è la stessa: una lotta radicale non della classe ma di uomini e donne che devono organizzarsi per modificare radicalmente il predominio dei grandi gruppi monopolistici che stanno uccidendo il pianeta dominati dall’egoismo del potere e della ricchezza.