Francesco da Sicignano, la tomba di Stasio de Heustasio a Teggiano

Nella storia dell’arte, ci sono artisti e opere che non sempre sono stati presi adeguatamente in considerazione, tanto per la biografia, a volte frammentaria e incompleta, quanto per
l’individuazione di opere certe, se non firmate. È il caso dello scultore Francesco da Sicignano, vissuto a cavallo tra il XV e il XVI secolo, operante tra la Campania e la Basilicata e le cui notizie, frammentarie, vanno dal 1472 al 1518 circa. Si tratta di un artista che rimase attivo per lungo tempo, quasi un cinquantennio. Quello che le fonti storiche ci offrono sono soprattutto indizi legati alle opere che egli ha realizzato, alcune fortunatamente firmate, a partire da quelle presenti nel Vallo di Diano. Fu uno scultore importante, anche se attardato su moduli stilistici romanici, presenti soprattutto nelle opere della maturità, con una stanca ripetitività, una grafia stilistica che si propone quasi identica in diversi manufatti scultorei, soprattutto per ciò che riguarda i numerosi leoni posti a
sostegno degli stipiti di portali di chiese o addossati ad essi. In fondo, si può affermare, senza tema di smentite, che l’artista campano parte con il piede giusto e poi si “sclerotizza” su forme artistiche che in gran parte esulano dalla cultura rinascimentale, invece presente in altre aree e artisti della Campania e d’Italia, in generale.
Lo storico dell’arte Francesco Abbate ci dice che all’aprirsi del secondo decennio del XVI secolo, Francesco da Sicignano emigrò nell’interno del territorio del Principato Citra, a Ottati, dove firmò il portale della chiesa di San Biagio, studiato da Giuseppe Falanga, e a Sant’Angelo a Fasanella, appunto tra gli Alburni e il Cilento. Questa “emigrazione” avvenne forse perché i Sanseverino, gli antichi e potenti feudatari presenti a Teggiano, suoi primi protettori e committenti, preferirono affidare a Giovanni da Nola, un nuovo e più aggiornato e capace artista, commissioni importanti, come il gruppo in legno policromato con il Compianto su
Cristo morto proprio nella Chiesa della Pietà, quella che aveva visto l’artista di Sicignano degli Alburni protagonista assoluto, autore del bel portale, di un tabernacolo in una cappella della medesima chiesa e i capitelli del chiostro del complesso architettonico. Ma era un’altra epoca, quella nella quale il sicignanese aveva realizzato, per in nobile soldato Stasio de Heustasio il sepolcro nella cattedrale dianese. Era il 1472, solo un anno di differenza dal Sepolcro Piscicelli nella Cattedrale di Salerno che lo scultore milanese Jacopo della Pila aveva terminato nel 1471. La sfortuna di Francesco è stata quella di essersi troppo attardato su moduli artistici medioevali, forse anche in rapporto a una committenza di “periferia”, lontana dai centri dove la vicenda artistica contemporanea si svolgeva, su altri binari e con diverse soluzioni, aggiornate su quanto avveniva a Napoli e in altri centri rinascimentali italiani. Eppure, l’artista, all’inizio della carriera, ebbe come punto di riferimento la cultura artistica napoletana, aragonese. Dopo il Vallo di Diano e il Cilento,
la sua attività si svolse anche in Basilicata, per esempio nei leoni del portale della Chiesa
dell’Annunziata di Maratea. Di recente, lo storico dell’arte Carmine Tavarone ha attribuito alla mano di Francesco da Sicignano un’acquasantiera in pietra presente nella Cappella di S. Maria delle Grazie a Montecorvino Rovella. E, probabilmente, a suoi diretti discepoli si devono anche i più tardi leoni presenti ai lati del portale, del 1527, della Cappella di Santa Maria dell’Olivo a Serre.
Una prova estrema che testimonierebbe il permanere della sua “lezione”, in un periodo nel quale oramai la scultura romanica era quasi del tutto morta e sepolta. La figura di Francesco da Sicignano e la sua vicenda critica, sommariamente accennata, dimostrano come la ricerca storico-artistica, quella svolta sul campo, direttamente con le opere d’arte visionate dagli studiosi, è sempre un lavoro incessante, quotidiano, continuo, e che attribuzioni e smentite si possono susseguire nel tempo, anche in maniera repentina, oppure anche a distanza di anni se non di secoli, addirittura. A volte, una ricerca fortuita in un archivio, o rileggendo qualche libro, ci permette di dare un giudizio, o di ribaltarlo, alla luce di nuovi indizi e nuove notizie e inediti documenti che possano sostenere o confutare tesi diverse. Il bello della ricerca è che spesso non si sa dove essa ci conduce, ma di sicuro
ci apre le porte di universi nuovi, spesso avvincenti, per capire il percorso svolto da chi ci ha preceduti in questo lungo cammino della civiltà storico-artistica.