Giada, la fuga degli italiani

Ce ne sono tantissimi di giovani così ad Amsterdam, ma anche a Londra, Parigi, Madrid, Barcellona, Berlino, Monaco e ovunque. Sono camerieri, cuochi, pony express, commessi, baristi… Sorridono perché devono sorridere, sono accattivanti, forse li prendono per questo, ma non pochi sono spenti e quasi con la morte nel cuore...

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Giada (ma potrebbe chiamarsi anche Francesca o Letizia, non c’è stato il tempo di appurarlo) è una giovane commessa italiana in uno dei tantissimi negozi per turisti che si trovano nel pressi di piazza Dam ad Amsterdam, precisamente in Kalverstraat, la via delle compere. È una toscanaccia dalla parlantina sciolta. E si è sciolta subito, per quel sussulto naturale che prende non di rado noi italiani quando siamo all’estero e siamo portati a fare comunella con quelli che “spiccano” la nostra stessa lingua. Mi viene naturale chiederle da quanto tempo fosse in Olanda e lei risponde che sono già otto mesi. Mesi, non anni. Ma ha il volto teso e nervoso, malgrado il sorriso di circostanza che deve mostrare ai clienti.

Anche ad Amsterdam i lavoro precari italiani sono sottopagati e sfruttati, ma purtroppo non hanno avuto scelta e sono espatriati per non patire la fame

“Amsterdam è proprio bella”, le dico con sincerità e lei risponde di getto “Sì, è molto bella, ma per i turisti. Per chi ci viene per un po’ e poi va via. Per chi ci vive non è così”. Mi incuriosisce quella parlantina aspirata che ha voluto subito lanciare un messaggio. E mi viene altrettanto naturale domandarle perché. “Perché qui la vita è cara. Pago 800 euro di affitto per una cameretta, devo star qui a sgobbare 12-13 ore al giorno, se mi va bene, e quel che guadagno un mi basta mica!”. Mentre parla avvolge maglie, ripone oggettini, sciarpine, cappelli, non sta ferma un attimo. Sembra si accorga del fatto che è scostumato parlare con un cliente e fare cose, voltarsi, allontanarsi di qualche metro, ritornare, e mi fa “Mi scusi, non posso parlare. C’è una telecamera e mi controllano, se non lavoro mi richiamano”. In un attimo mi sono caduti due miti di Amsterdam: chi ci vive e non è turista sembra soffrire, la giovinetta è quasi asfissiata dal datore di lavoro. Nel paese libertario per antonomasia i datori di lavoro sono “padroni” come qui da noi. Ma non è finita. La toscanaccia ha il tempo per un’ultima considerazione: “Un ci resto mica qui. Un mi fo’ mica prendere da questi, un mi fo’ mica prendere il cervello. Io tra un paio di mesi vo’ via, torno in Toscana, ma mica per restare. Io parto di nuovo. In Italia un ci resto!”. L’avrete capito: Giada (o forse Francesca o Letizia) non è un cervello che si è allontanato dall’Italia, è invece una lavoratrice “umile” in fuga dal nostro paese che s’accontenta di fare la commessa per vivere, ma che non accetta le imposizioni e le regole del brutale mercato di questa economia senza volto umano. Ce ne sono tantissimi di giovani così ad Amsterdam, ma anche a Londra, Parigi, Madrid, Barcellona, Berlino, Monaco e ovunque. Sono i nostri immigrati del XXI secolo. E non tutti sono laureati, fanno mestieri: attirano clienti nei locali per mangiare, sono camerieri, cuochi, pony express, commessi, baristi… e chissà quanti altri lavori fanno. Sorridono perché devono sorridere, sono accattivanti, ciarlieri, simpatici, forse li prendono per questo, ma non pochi sono spenti e quasi con la morte nel cuore. Calabresi, napoletani, siciliani, pugliesi, lucani, ma anche toscani, qualche genovese… come li vuoi li trovi. Fanno i conti con la vita, non solo in senso lato, ma davvero devono farsi i conti in tasca per vivere. Senza mai potersi permettere altro che non sia l’affitto e il cibo. Quelli che gestiscono ristoranti stanno forse meglio di tutti, ma faticano anche diciotto ore al giorno e il loro mondo è lì. Senza pause, senza respiro, senza mai ammalarsi, niente di niente. Sorridere e via. Mi ha fatto male sentire e vedere, ma è stato un bene aver sentito e visto. Il mondo dorato di chi vive all’estero esiste per chi entra in posti cardine, con tanto di laurea e di stipendi lauti. Il mondo dei precari e dei lavoratori “umili” pena ogni giorno, come la commessa toscana dal volto triste vicino a piazza Dam. Uscendo da quel negozio con la felpa targata Amsterdam appena comprata, ho pensato una volta di più alla precarietà dei nostri giovani e non nego di aver riflettuto a lungo. Su questo nostro paese malato che non sembra dare più lavoro a nessuno, che sembra aver smesso di pensare ai giovani. Mi sono chiuso nel mio cappotto perché l’aria umida e gelida mi sferzava il volto. Ma non erano solo brividi di freddo.