Quando giocavamo all’italiana e il calcio era pane per le grandi penne dello sport

Bei tempi, dai mitici condottieri di Superga all'arguzia di Brera, all'intuizione di Totonno Valese

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La letteratura sportiva, al pari del gioco del calcio di cui si occupa in prevalenza, ha subìto negli anni profonde trasformazioni. In ogni epoca ci sono stati cantori eccellenti a parlare di calcio. Negli anni a cavallo tra il Quaranta e Cinquanta, quando il calcio sembrava vivere ancora un’epoca pioneristica, quando i palloni di cuoio pesavano un accidente, le gesta dei vari Bacigalupo, Gabetto, Loik e Mazzola venivano magnificate da pochi ma qualificati giornalisti sportivi; tra questi, Bruno Roghi, l’unico giornalista che è stato nel corso degli anni direttore dei tre quotidiani sportivi, La Gazzetta dello Sport, Corriere dello Sport e Tuttosport; un altro grande giornalista che si interessava molto di calcio era Renato Casalbore, fondatore del quotidiano Tuttosport, una penna sopraffina; non era da meno Carlin (all’anagrafe Carlo Bergoglio), un giornalista bravo con la penna ma anche un fine caricaturista, arte tanto in voga in quell’epoca.

Gianni Brera, il cantore del calcio romantico

Dopo Casalbore, caduto con l’aereo a Superga assieme al grande Torino nel 1949, ci fu il cambio generazionale con un immenso Gianni Brera che si rivelerà nel tempo come il più grande innovatore nel campo della letteratura sportiva. Indimenticabile il suo “abatino”, coniato probabilmente su misura per Gianni Rivera, un calciatore delizioso nelle movenze stilistiche ma poco atletico per i gusti del grande “Giuanin”. Dalla sua penna ineguagliabile, uscivano a ripetizioni neologismi che a volte suonavamo come bestemmie per chi si sentiva bersagliato, altre volte, invece, sembravano coniati su misura per determinati calciatori sulla cresta dell’onda. Fra i tanti, il termine “euclideo”, riferito a Fabio Capello giocatore intelligente, dotato di grande senso tattico ma poco propenso a correre. Insomma, per Gianni Brera, Rivera era un grande calciatore dotato di grande classe e stile ma poco propenso al sacrificio fisico mentre Capello era dotato di grande intelligenza tattica e preferiva far correre il pallone invece di farlo lui.
Calcio e letteratura sportiva camminavano insieme. Se Gianni Brera scriveva di “abatini”, di “euclidei” e di calcio all’italiana, era proprio perché qualcosa sui terreni di gioco stava cambiando profondamente. L’innovazione che meglio interpretò alla fine degli anni Quaranta la tendenza alla furbizia dei calciatori italiani fu il ricorso al “battitore libero”, vale a dire lo schierare un calciatore alle spalle della difesa con il compito di ricucire eventuali smagliature difensive. Gianni Brera ne decantò l’utilità soprattutto riferito a squadre come il Padova che a viso aperto, senza battitore libero, non avrebbe mai avuto speranze di farla franca contro squadre che andavano per la maggiore come Inter, Milan e Juventus. Era nato il cosiddetto “gioco all’italiana”: difesa ben chiusa e protetta e gioco in contropiede.

Il mitico calciatore granata Valese

La diatriba sull’ideatore del cosiddetto “battitore libero”, detto anche “Vianema”, ha tenuto botta fino agli albori dell’anno duemila; la paternità di tale mossa l’hanno reclamata negli anni sia Gipo Viani che Nereo Rocco, ma è opinione comune che la mossa sia partita proprio da Salerno e non da Viani, che all’epoca allenava la Salernitana, quanto, invece, da Totonno Valese, calciatore intelligente e dotato di grande senso tattico nel ruolo di centrocampista.
Insomma – possiamo dirlo con orgoglio di parte – se giocavamo all’italiana, fino a quando arrivò il “gioco all’olandese”, era perché un geniaccio indigeno, di nome Totonno Valese, aveva intuito che le squadre piccole possono competere con quelle grandi con un piccolo accorgimento tattico: appunto il battitore libero.