Giù le mani dalla Costituzione

Ancora una volta si profila un tentativo di metter mano alla legge fondamentale dello Stato modificando e compromettendo uno dei suoi pilastri fondamentali: l’unità nazionale. Ecco tutte le insidie dell’autonomia differenziata richiesta da alcune regioni del Nord

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Ancora una volta si profila un tentativo di metter mano alla Costituzione modificando e compromettendo uno dei suoi pilastri fondamentali: l’unità nazionale. Mi riferisco all’autonomia differenziata richiesta da alcune regioni del Nord. A dire il vero gli attuali governanti hanno avuto ben noti predecessori. Le proposte di riforma della legge fondamentale dello Stato cominciarono a manifestarsi agli inizi degli anni ’80, ma con scarso successo, grazie anche allo stallo delle decisioni finali nelle varie commissioni bicamerali. Solo con l’avvento dei governi di centro destra si è proceduto a colpi di maggioranza. L’esempio a noi più vicino è il disegno di legge Boschi approvato a maggioranza e poi sonoramente sconfitto nel referendum del 4 dicembre del 2016. Ma gli attuali partiti al governo hanno ben capito la lezione e intendono procedere con una sorta di trattativa privata tra i presidenti delle regioni e delle loro maggioranze con il governo (per amore della verità il precedente sbrego alla Costituzione su questa materia era stato il disegno di legge Calderoli del 2009 e poi l’accordo stipulato tra il governo Gentiloni e i presidenti delle tre regioni Veneto, Lombardia e Emilia Romagna).

Le modalità attraverso le quali sta evolvendo il discorso sulla maggiore autonomia da parte di tre regioni del Nord rischia di ledere il principio di unità nazionale danneggiando l’uguaglianza sostanziale dei cittadini

L’accordo attuale tra le tre regioni e il governo verrebbe accolto e ratificato in sede di consiglio dei ministri e trasferito poi alle Camere sotto forma di disegno di legge da approvare o respingere senza la possibilità di proporre e discutere emendamenti. Si aggirerebbe così il dettato costituzionale che su tali materie impone il voto delle Camere a maggioranza assoluta. Alla faccia della democrazia rappresentativa e delle prerogative del Parlamento. Il pericolo di una dissoluzione dell’unità nazionale è più che concreto. Ma d’altro canto, a partire dal governo Renzi per finire all’attuale, le picconate all’edificio del nostro ordinamento costituzionale non sono state poche: dal decreto Minniti che abolisce il secondo grado di giudizio per i migranti, a quello di Salvini sulla sicurezza e sul divieto ai sindaci di iscrivere all’anagrafe i richiedenti asilo, a quello sulla legittima difesa con licenza di uccidere, alla cancellazione nei fatti di tutte le norme sul diritto umanitario di asilo e di accoglienza e così via demolendo non pochi articoli della nostra carta costituzionale. Siamo dinanzi a un subdolo disegno: quello non di proporre una revisione della Costituzione secondo le regole che pur sono previste, ma di trasformarla pezzo per pezzo calpestando e cancellando il cuore di ogni democrazia: la distinzione tra potere esecutivo (il governo) e potere legislativo e di controllo (Parlamento, Presidenza della Repubblica e Corte Costituzionale). In una recente intervista Adriano Giannola, presidente della Svimez, contesta alla radice il progetto di autonomia rafforzata, ricordando la mancanza del presupposto dei cosiddetti LEP (livelli essenziali delle prestazioni), sanciti dalla legge del 2009 e mai sinora stabiliti, il che penalizzerebbe pesantemente le regioni più povere del paese. Si stabilirà in tal modo la più ingiusta delle leggi che approfondirà ancora di più il divario tra Nord e Sud, giacché in tema di sanità, scuola, trasporti avranno la prevalenza le regioni con maggiore capacità fiscale. “Significa prendere le disuguaglianze prodotte – ha sostenuto Giannola – dalla spesa storica e moltiplicarle in un flusso che va in una sola direzione, il Nord. È l’eutanasia del Sud, una morte lenta indotta. Si tratta di un criterio contrario alla Costituzione che invece stabilisce che ogni cittadino paga le tasse in base al reddito e dovrebbe ricevere i servizi in base ai livelli essenziali delle prestazioni, indipendentemente da dove risiede”. Così avverrà il do ut des tra Lega e 5 Stelle: al Nord le centinaia di miliardi di tasse e di Iva e al Sud meno di dieci miliardi per il reddito di cittadinanza. Una domanda e finisco. Ed è una domanda che non mi stancherò di ripetere. Fino a quando gli italiani continueranno a chiudere gli occhi e a non rendersi conto del piano inclinato sul quale sta scivolando l’intero paese?