Toghe in tempesta emotiva

I giudici italiani, che dimezzano le pene agli assassini di donne perché “delusi” o in preda a incontrollabili emozioni, sono dei pericolosi ignoranti. Ignorano infatti che le emozioni non sono pioggia che cade dall’alto, non sono qualcosa di esterno a noi e che noi subiamo, ma sono un prodotto della nostra mente di cui noi siamo pienamente responsabili

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Quando il grande filosofo francese Louis Althusser strangolò la moglie non si rifugiò in giustificazioni patetiche. Alle domande di giornalisti e poliziotti mostrò un grande aplomb: – Maestro, cosa è successo? – Il Maestro con fare distaccato: – Mah… sa, ero sovrappensiero…le stavo massaggiando le spalle come ogni sera, mi sono distratto un attimo e un attimo dopo la sua lingua penzolava intera fuori dalla bocca -. Althusser non parlò di emozioni, non era così stupido.

Femminicidi in parte “graziati” dai giudici per una scarsa conoscenza della psiche e dell’emotività umane: da qui la pronuncia di sentenze incomprensibili e scientificamente fragili

I giudici italiani che dimezzano le pene agli assassini di donne perché “delusi” o in preda a “tempeste emotive” sono dei pericolosi ignoranti. Ignorano che le emozioni non sono pioggia che cade dall’alto, non sono qualcosa di esterno a noi e che noi subiamo, ma sono un prodotto della nostra mente, e di cui noi siamo pienamente responsabili. Le emozioni sono, infatti, la nostra ragione intima, la maniera con la quale intendiamo il mondo, un’interpretazione della realtà. Le emozioni possono essere tuttalpiù delle aggravanti (si pensi alle uccisioni per futili motivi, quando un arrogante ti sorpassa in auto alzando il dito medio). E penso che sia proprio giunto il momento di inserire come aggravante anche la “passione”, per arginare in qualche modo questo turpe massacro.
In verità, la nostra giurisprudenza precisa quando la pena può essere ridotta (di un terzo): incapacità di intendere e di volere in quel momento. Questa incapacità non esiste praticamente mai (a meno di una evidente manifestazione psicotica delirante). Tutti gli psichiatri lo sanno. E i giudici non si azzardano a chiamarli. Questi magistrati decidono, allora, di “fare” da soli. E, identificandosi, probabilmente, con l’imputato, in preda, essi, a una “tempesta emotiva”, emettono sentenze dimezzanti le pene previste.
Ero al teatro Verdi di Salerno lo scorso anno, e mia figlia era nel coro della “Carmen”. Ho capito, guardando l’opera, cosa spinge un uomo a uccidere una donna.
Siamo alla scena finale del capolavoro di Bizet. Don José minaccia di uccidere la bella Carmen se lei lo lascerà. Carmen: “Sono pronta a morire per la libertà. La libertà… la libertà”. Lui sembra rassegnarsi e andare via. Certo ha disertato l’esercito per lei, ha sacrificato per lei tutta la sua vita, ha abbandonato tutto per seguire il suo amore, ma come si fa uccidere chi grida “libertà!”? La libertà: l’irrinunciabile aspirazione di tutti gli esseri viventi sul pianeta. I prigionieri che stanno per essere giustiziati, e, prima di morire gridano “libertà!”, sentono in maniera preconscia, che stanno scagliando la freccia avvelenata del senso di colpa nel cuore dei boia e di chi assiste al martirio.
José, dunque, a testa bassa, rassegnato, sta andando via, quando…
Quando, all’improvviso, da lontano, sente le grida di ovazione della folla che inneggiano al torero vincitore dopo una corrida. È lui il nuovo amante di Carmen. Il trionfatore.
L’odio lo acceca, torna indietro e uccide la donna a coltellate. È l’odio, non l’amore a muoverlo. Dentro di lui urla la ferita narcisistica. Sta per essere sconfitto e umiliato da un altro uomo a cui la vita sorride. In gioco, dunque, non è l’amore per la donna, ma la competizione col maschile. Ed è sempre così in questi casi. La mia immagine di maschio è stata lacerata in maniera vergognosa da un altro uomo. Nel mio campo psichico il sentimento d’amore e la donna, in dissolvenza, scompaiono, perché, in sovrimpressione, prorompe il sentimento di una violazione, l’ignominia di un oltraggio ad opera di un altro uomo. Devo vendicarmi, cancellare l’onta. Togliendo lei dal mondo, tolgo dal mondo la mia sconfitta. “La delusione” d’amore, dunque, di cui parlano i giudici non c’entra un tubo.
A proposito di delusioni, stasera torno al “Tegamino”, il ristorante della piazzetta di Salerno antistante ai Mercanti. Ho dovuto spiegare alla cuoca come cucinano la “Genovese” nelle bettole che io frequento a Napoli: l’altra volta, infatti, ho subito una insopportabile frustrazione nel mangiarla. Se rimarrò ancora “deluso”, questa volta la signora cuoca non la farà franca.