Gli anni della vergogna di Osti Guerrazzi

Il libro sulle persecuzioni antiebraiche del fascismo, pubblicato da Gangemi, pensato e realizzato come sussidio didattico per le scuole superiori

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Giovedì 17 gennaio ho incontrato, al Marte – Mediateca Arte Eventi di Cava de’ Tirreni, Amedeo Osti Guerrazzi, storico della Fondazione Museo della Shoah di Roma, coautore del volume Gli anni della vergogna 1938-1945. Un ulteriore sottotitolo recita Il regime fascista, gli italiani e la persecuzione antiebraica. Eravamo lì per presentarlo e parlarne, soprattutto ai giovani che affollavano il salone “marziano”. È un libro pensato come sussidio didattico per le scuole superiori, pubblicato da Gangemi (2017): un volume prezioso, aperto dalle note del Presidente del Museo della Shoah, Mario Venezia e dell’ex Ministro alla P.I., Fedeli.

Il prof. Amedeo Osti Guerrazzi, autore del libro

Il prof. Osti Guerrazzi è l’autore della “Prima parte. La storia”. In essa si ricostruisce la vita degli ebrei in Italia. La storia dell’antisemitismo è lunga e comincia prima del ventennio fascista. Il fascismo scopre il razzismo tra il 1936 e il 1937. Si comincia con campagne di stampa ben orchestrate e con i primi atti contro gli ebrei italiani, privandoli innanzitutto moralmente dei diritti acquisiti attraverso la loro cittadinanza e il loro impegno sociale, economico, politico. Un gruppo di scienziati, “i Dieci”, elabora gli assiomi del razzismo all’italiana che dovrà compiacere l’alleato germanico hitleriano.
Su La difesa della razza, pubblicazione diretta da Telesio Interlandi (anno I, numero 1, 5 agosto 1938, p. 2) si legge: «Il ministro segretario del partito ha ricevuto, il 26 luglio XVI, un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane, che hanno, sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare, redatto o aderito, alle proposizioni che fissano le basi del razzismo fascista». Il manifesto della razza si basa su dieci assiomi falsi e indimostrabili. Pure sciocchezze. Come ben sapeva Albert Einstein. Quando, prima di riparare in esilio negli USA, era costretto a compilare moduli burocratici, così rispondeva alla domanda sulla razza: «unica, quella umana». Come ben hanno confermato gli studi sul genoma e sul DNA del secolo scorso, a cominciare da quelli di Luca Cavalli Sforza.
Il volume continua con capitoli sulla “Seconda Guerra Mondiale”, “La persecuzione delle vite degli Ebrei”, il “dopoguerra” e “La memoria”.
La seconda parte, curata da Marco Caviglia e David Di Consiglio, è ricca di strumenti bibliografici, filmografici e archivistici relativi tanto alla storia delle leggi razziali nel loro complesso che ad alcune situazioni locali. Non mancano – insieme alle più tradizionali immagini fotografiche, che abbondano e costituiscono un corredo iconografico completo sull’argomento – inviti a utilizzare il web, attraverso QR code, per approfondimenti e proposte di attività.
Una questione posta da Amedeo Osti Guerrazzi nel corso della sua esposizione ha particolarmente colpito l’uditorio. Ha affermato, infatti, che durante le ricerche, più si proseguiva nelle interpretazioni, più ci si rendeva conto di come tanta gente comune era caduta vittima delle leggi razziali, perdendo tutto, anche la vita nei campi di sterminio del centro Europa. Gente, spesso, denunciata dai cosiddetti collaborazionisti che si erano trasformati in feroci persecutori degli ebrei grazie alla propaganda del regime. Un meccanismo che, da antropologo, mi è ben chiaro: basta individuare qualcosa di negativo in qualcuno che appartenga a un gruppo, generalizzare la sua negatività induttivamente a tutti gli altri membri che così diventano indistinguibili, emarginarli, concentrarli in luoghi di detenzione, sterminarli, dimenticarli.
Ecco allora il dovere di esercitare la memoria, con attività che “costruiscano” il ricordo, perché nessuno possa dire che, in fondo, sono storie lontane che non ci riguardano più, mentre, intorno, le stesse cose stanno accadendo minando vite, culture, pensieri di chi è ritenuto diverso e pericoloso.