E ora che si fa? Governo su, governo giù: chi lo deciderà? Diciamo che vi sono molte variabili in campo e pensare che possa bastare la decisione di una sola persona per risolvere il rebus-Italia è quanto meno azzardato. Vediamo perché. La Lega ha mietuto tanti voti e vorrebbe avere più voce in capitolo nel governo, pena le elezioni, ma in Parlamento la leadership ce l’ha ancora il M5S e per quanto riguarda il ritorno alle urne elettorali dipenderà molto anche dalla situazione economica, della quale si sta facendo interprete Mattarella. Mandare a casa il governo potrebbe rivelarsi un suicidio per il paese e tutti sanno che occorre cautela. Occorre placare i mercati, lo spread, l’Unione Europea e la sua possibile procedura d’infrazione sul mancato rispetto del debito pubblico.

In un momento politico confuso come l’attuale, appare sempre più imprescindibile e rassicurante il ruolo di mediazione del presidente Mattarella, soprattutto alla luce dell’instabilità economica e dei rapporti difficili con l’Unione Europea

Dunque, il presidente della Repubblica gioca a frenare per dare rassicurazioni, facendo continui interventi per assicurare equilibrio in nome dell’interesse del paese. I voti in uscita sono stati autentici ceffoni per Di Maio-Casaleggio. Di Maio è sulla graticola (nonostante la pantomima della piattaforma) e ci resterà per un bel po’, a meno che il M5S non riesca a reinventare sé stesso, cosa che richiederebbe uno sforzo di intuizione politica che finora è decisamente mancato. Probabilmente il Movimento per uscire dal vicolo cieco in cui si è cacciato per propria insipienza potrebbe escogitare due-tre cosette a medio termine: fare propria in toto l’anima ambientalista (c’è un ampio spazio politico su questi temi), ridimensionare progressivamente Di Maio, affidare la leadership politica al presidente del Consiglio Conte, meno avventato e più apprezzato dai cittadini, a quanto pare, tenendolo pronto anche in caso di caduta del governo, come leader ufficiale dei 5 Stelle. Ma, come suggerisce Machiavelli, “temporeggiare con gli accidenti” è del tutto doveroso per chi ha subito un’emorragia di milioni di voti. La Lega sa che flat tax, decreto sicurezza 2 e sblocco dei cantieri potrebbero essere dietro l’angolo, ma i conti sono conti e soprattutto la prima delle tre opzioni rischia di essere molto onerosa. Insomma, anche Salvini dovrà attendere; per continuare ad accreditarsi come lungimirante politico non dovrà richiedere subito lo scalpo del nemico-amico Di Maio. Tutto sommato gli conviene che sia ancora lui il suo interlocutore, visto come se l’è cucinato allo spiedo. Non ha interesse a dialogare con Fico o Di Battista, né sbarazzarsi del M5S e prendersi la responsabilità di far cadere il governo per rifarne uno con la Meloni. Che è una che non scherza affatto e che parlerebbe allo stesso elettorato della Lega, usando persino le stesse argomentazioni. Dunque, inizierebbe una competizione interna della quale la Lega, ora come ora, fa volentieri a meno. Deve ancora succhiare voti al M5S e a Forza Italia, destinata ad un’ulteriore regressione se non si rinnoverà, in donne, uomini e progetti. Anche Forza Italia rimanda tutto, perché sa che in un eventuale governo di centro-destra correrebbe il rischio di essere la terza, inutile, gamba. Di solito la terza gamba si sega, oppure si cannibalizza, come sta facendo Salvini. Resta il PD. Zingaretti sta provando a ridare un minimo di anima di sinistra, recuperando timidamente un minimo di rapporto con i vecchi elettori, ma ha la grossa palla al piede della scorbutica ala renziana, per liberarsi della quale dovrà attendere un nuovo congresso, di là da venire. Seguire la Lega sulla Tav, come ha fatto Chiamparino non ha dato esiti positivi. Insomma, tutti devono stare fermi, ancora per un po’. L’ora delle scelte sembra rinviata. Dei due partiti al governo chi sta messo male è il M5S, e non solo per i voti ballerini, che dimostrano oramai quanto volatile sia il pensiero dell’italiano che va a votare. Ma c’è un’altra ragione di base: la Lega è radicata sui territori, governa le città, grandi e piccole, le regioni. Insomma, è tutt’altro che un fenomeno sporadico. Il M5S annaspa alle elezioni amministrative, rivelando scarso appeal. Potrà attendere quanto vuole, ma il radicamento non potrà costruirlo in un giorno né con un uomo solo al comando. E su temi del genere, l’attesa equivale a sconfitta sicura.