Questa crisi di governo nell’aria da tempo (per le forti tensioni presenti all’interno della maggioranza, sfociate nelle ultime settimane in indecorosi e quotidiani battibecchi tra esponenti dei 5 Stelle e della Lega) e formalizzata ieri sera dal Presidente del Consiglio Conte, salito al Quirinale dopo la replica in Senato, ha molti padri. Quello naturale è certamente il segretario della Lega Matteo Salvini che, forte dei sondaggi e dei risultati elettorali ottenuti in tutte le consultazioni regionali e da ultimo alle europee del maggio scorso, avendo verificata l’impossibilità di continuare a beneficiare dell’accondiscendenza del partner di governo (di gran lunga più forte quanto a rappresentanza parlamentare), con tempismo ha tolto la spina all’azione dell’Esecutivo, presentando mozione di sfiducia al Presidente Conte. Ma si è guardato – fatto più unico che raro nella storia della Repubblica – dal far dimettere i propri ministri, costringendo il Capo del Governo a trovare il coraggio di farsi lui padre putativo dell’apertura formale della crisi, rassegnando le proprie dimissioni nella mani del Capo dello Stato. Ma a veder bene, la crisi che si è aperta in questo caldissimo agosto, parte da lontano. Da quel Gran Rifiuto opposto dal PD renziano, decimato dal voto politico dell’anno scorso, alla richiesta dei Cinque Stelle di cominciare quanto meno a parlarsi in vista di una possibile azione comune di governo del Paese. In quella circostanza – legittimamente – il PD rivendicò il proprio diritto a salire sull’Aventino del proprio orgoglio di partito, non curandosi più di tanto dell’interesse generale del Paese, che certo non era quello di aprire una collaborazione forzata (tant’è che si dovette ricorrere all’inusuale formula del “contratto di governo” tra due schieramenti politici con opposte idee e programmi) per far partire un Esecutivo in cui – com’era logico e prevedibile – ognuno avrebbe pensato a portare avanti la propria parte di programma, subendo (o contrapponendosi) quando l’Agenda prevedeva un punto sul quale c’era disaccordo tra i due competitori. Oggi – a distanza di poco più di un anno – appare ancora più chiaro che la scelta del PD di non aprirsi allora al dialogo con il Movimento 5 Stelle fu fatta nell’esclusivo interesse del gruppo dirigente di quel partito. O al massimo – volendo essere benevoli – dei propri elettori. Dimenticando che l’art. 49 della Costituzione assegna ai partiti il compito di “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Non quella dunque del solo proprio partito. Alla luce di quanto è trapelato nei giorni della pre-crisi, tuttavia, con la disponibilità manifestata da Renzi – che è allo stato l’orientatore della maggioranza dei gruppi parlamentari del suo partito, avendoli personalmente scelti, la ragione di quel non possumus si colora di altri meno nobili significati. Se oggi – col M5S, passato dal 33 al 17 per cento dei voti e dei sondaggi, e il PD che li ha superati nel voto europeo e nei sondaggi – c’è disponibilità a fare quello che ci si rifiutò, non già di fare ma addirittura di prendere in considerazione poco più di un anno fa, vuol dire che la ragione non era solo l’incompatibilità politica – perché quella, salvo errore, sussiste tuttora – bensì mera opportunità di partito. Certo, supportata da importanti diversità di visione e di carattere dei rispettivi leader, ma pur sempre opportunità. Del resto tutti sanno che Renzi aveva previsto (non sappiamo se anche desiderato, nel qual caso quel suo non possumus si colorerebbe di un valore moralmente censurabile) questo epilogo del governo giallo-verde. Tant’è che la sua disponibilità è arrivata con straordinario tempismo. Bene ha fatto Zingaretti a manifestare subito maggiore prudenza, per sottolineare che la linea politica dei parlamentari si decide nel partito, che poi la passa ai gruppi parlamentari affinché l’affermino in aula. Vedremo nelle prossime ore quale sarà la linea che le singole delegazioni rappresenteranno al Presidente della Repubblica nel corso delle consultazioni. La fretta è sempre cattiva consigliera. Bisogna ragionare in termini di Paese ma anche in termini di apporto che le idee e i programmi di ciascun soggetto politico possono dare concretamente (non nel mondo del fantasy) ad una ripresa stabile e progressiva dell’economia e del lavoro. I Cinque Stelle hanno pagato – e potrebbero ripetersi ancora – per la loro mancanza di esperienza a trattare. Fondamentalisti come si presentano (in politica si è quel che si appare), per loro trattare è poco meno di un atto corruttivo. Tant’è che quando hanno dovuto per urgenza o necessità farlo, si sono impappinati. Anche nella comunicazione – loro che ne hanno fatto un perno della battaglia politica – si sono spesso incasinati. Lo dimostra il fatto che quando hanno compiuto scelte che la loro base trovava discutibili o contraddittorie con la loro storia e le loro idee, non hanno saputo poi spiegarsi, lasciando intendere di aver dovuto subire anche quando avevano la possibilità di studiarsi bene il problema e di trovare una soluzione più digeribile dal loro popolo. Se ora – spaventati dalla scaltrezza del capo della Lega – dovessero pensare di abbassare la guardia con il PD – nel definire perbene contenuti, tempi, costi e modalità di attuazione dei punti di un possibile programma comune (alla cui definizione dovrebbero concorrere), tengano a mente quello che è successo nei mesi di collaborazione con Salvini. Si spera sappiano farne tesoro. Perché come diceva Pericle agli Ateniesi (riportato da Tucidide): “da noi tutti possono fare la politica, benché tutti possano criticarla”. Ragionino un po’ di più (e meglio) sui motivi per i quali un buon 50% dell’elettorato del 2018 li avrebbe mollati. Il condizionale è d’obbligo, visto che le elezioni politiche costituiscono sempre un capitolo a parte. Si facciano spiegare da esperti di migrazioni del voto cosa è successo. E probabilmente apprenderanno che sono stati abbandonati non dai militanti tifosi (il famoso zoccolo duro), ma dalla gente comune in cui avevano alimentato attese disattese poi dai loro comportamenti in Parlamento e nel Governo. La democrazia – come la trasparenza – è un concetto generale, non può riguardare solo la propria organizzazione (che già in tema lascia a desiderare). Riguarda tutti. Sostenitori o avversari che siano.