Gratton e la sua “fisarmonica” alternativa al calcio totale

Squadra tutta avanti o tutta indietro a seconda di dove si trovava la palla: un esperimento durato poco

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Cambiano i tempi e cambiano anche il calcio e la letteratura sportiva. Negli anni Settanta il calcio totale degli olandesi trova subito proseliti in Italia. A tanti allenatori non pare vero di avviarsi verso un nuovo sistema di gioco ritenuto vincente. Affascinati dai movimenti perpetui dei calciatori olandesi, ma soprattutto dai risultati da questi ottenuti, in tanti credono di poter arrivare magicamente alla vittoria solo cambiando metodo di gioco. Niente di più sbagliato.
È il momento, forse, di cominciare a vedere il calcio sotto una nuova luce. Per cambiare c’è bisogno di uno stravolgimento epocale, a cominciare dall’aspetto atletico. I calciatori devono essere efficienti dal punto di vista fisico: devono avere nelle gambe 90 e più minuti da sostenere a ritmi elevati. Un calcio diverso, senza pause, meno riflessivo, tutto ardore, infarcito di neologismi letterari che vanno dal “pressing” alla “difesa alta” conditi da un’intensità agonistica sublime, indispensabile per mantenere ritmi di gioco elevati.
La teoria però è una cosa, la realtà è un’altra. Ci provano alcuni allenatori italiani, fra questi Corrado Viciani alla Ternana con la variante da lui battezzata “gioco corto” che contempla grande pressing in tutte le zone del campo sull’avversario in possesso di palla e una teoria stucchevole di passaggi una volta riconquistato il pallone. Ci prova anche Guido Gratton, un grande passato di calciatore nelle file della Nazionale e della Fiorentina, tra le cui fila aveva conquistato lo scudetto del 1955-56; la sua variante al “calcio totale” è rappresentato dal “gioco a fisarmonica”: tutti avanti e tutti dietro a seconda della presenza del pallone. A Gratton però va male. I calciatori, messi sotto il torchio, non ci stanno e gli remano contro: prima a Salerno nel 1969-70 e l’anno successivo quando va ad allenare la Paganese.
Bisogna anche capirli i calciatori dell’epoca. In Italia, come diceva Gianni Brera, si era sempre giocato mettendo in pratica il principio economico del tornaconto, tendente a ottenere il massimo con il minimo sforzo. L’esercito degli “abatini”, per questo tipo di gioco, non è mai mancato all’appello; buona classe, buona predisposizione di base al gioco del calcio, ma garretti poco propensi a darci dentro.
Un po’ come dire: la lavagna è una cosa, la realtà del campo è un’altra. Tanta teoria difficilmente praticabile per atleti abituati a ritmi di gioco sincopati. Bisogna avere la pazienza di inculcare concetti nuovi, da recepire senza battere ciglio; bisogna capire che il calcio è un gioco di movimento e che quelle nuove freccette disegnate alla lavagna dall’allenatore hanno una validità solo se applicate alla lettera. In campo bisogna correre, anche senza palla, soprattutto senza palla, per mettere in difficoltà l’avversario di turno; bisogna correre ed essere presenti in ogni zona del campo; bisogna saper difendere quando sono gli avversari ad avere il pallino del gioco in mano; ma bisogna proporsi in avanti quando è necessario, per dare sostegno al compagno in possesso di palla. Un calcio, dunque, completamente nuovo nella concezione e difficilmente assimilabile da atleti abituati a prendersela comoda. L’inizio non è proprio incoraggiante, ma non si può fare a meno di guardare avanti e mettere in pratica quello che oramai è diventata la moda imperante. Avanti con il calcio totale!
Nel mentre si coniano nuovi termini, come “difesa alta”, “esterno basso”, “esterno alto” spariscono come d’incanto i ruoli tanto cari che avevano accompagnato il calcio di una volta. Spariscono gli “stopper”, il “battitore libero”, il “centromediano metodista”, i “terzini” quelli solidi o fluidificanti, spariscono le “ali”. Resistono solo i ruoli di portiere, di centrocampista e di attaccanti.
Cambiano i termini, cambiano i metodi, le tattiche, ma il calcio è sempre lì.
E, per fortuna, continua ad affascinare.