Hollywood, guida nel cuore dell’America firmata Tarantino

Voler ragionare troppo su questo film ne snatura il senso, tanto più che difficilmente qualche altro sarà cannibale quanto il popolare regista

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Come in “Once Upon A Time In America” di Sergio Leone il fotogramma finale reggeva il film e chiudeva la storia, così in “Once Upon A Time In Hollywood” è la fine a dare il senso al film, un film che è il penultimo di quelli che Quentin Tarantino ha dichiarato di volere girare, il nono di dieci, e che chiude anche la trilogia iniziata con “Bastardi senza gloria” e “Django Unchained” ma che è anche un modo per giocare con le immagini e la storia del cinema, alla maniera di Quentin Tarantino, che è poi la maniera americana, identitaria, come Gore Vital bene descrisse anche in “Palinsesto”, edito da Fazi, al punto da essere diventata pure il modo europeo di narrare e affermare la realtà. Ma cosa accade in questo film, super spoilerato, dove c’è talmente “tanta carne a cuocere” che per quanto spoiler ci siano ancora altro ci sarà da scoprire? Accade che Quentin Tarantino riscriva il sogno hollywoodiano, sogno infranto, per Quentin Tarantino, con la strage di Cielo Alto. Nella strage Sharon Tate, la giovane e bella moglie di Roman Polanski, venne uccisa dai membri de “La Famiglia” la setta di Charles Manson, ma nel film di Quentin Tarantino, Sharon Tate viene graziata, i cattivi no e viene decretata con questa grazia, totalmente falsa ma salvifica, la fine dell’America cresciuta a pane e western e anche la fine dei B-moive italiani, di cui Sergio Leone, Sergio Corbucci sono stati gli indiscussi protagonisti e i compagni visionari di Quentin Tarantino.
Nel mentre succede che qualsiasi cosa Quentin Tarantino abbia filmato e filtrato, attraverso i film degli altri, venga messa davanti agli occhi dello spettatore, spettatore che passerà il tempo a entrare e uscire da set su set cinematografici, inseguendo storie, locandine, protagonisti e anche pubblicità, tutto in perfetto stile hollywoodiano, stile che è stato il più importante amplificatore e diffusore del sogno americano, a livello mondiale. Una cosa che affascinava anche Oriana Fallaci, Hollywood e il suo modo di dare senso e sostanza all’impero americano, al punto da scriverci su uno dei suoi migliori libri quale “I sette peccati capitali di Hollywood”,  edito da Longanesi, per l’appunto.
Il cast di attori del film è ricco, al punto che vederli tutti recitare la storia del cinema, e anche la loro personale storia cinematografica, è un godimento aggiuntivo dell’operazione Hollywood for ever. Di certo i protagonisti: Leonardo Di Caprio e Brad Pitt sono molto più bravi che belli, e di sicuro l’equilibrio tra apollineo e dionisico, raro e oggi quasi del tutto defunto, si estrinseca al punto da diventare parte della storia stessa. I primi piani a cui si espongono, entrambi, con spavalda e magistrale sicurezza restituiscono facce, emozioni e storie senza infingimenti e barriere. Come il modo che hanno di smarcarsi sullo schermo attraverso la storia, al punto da diventare l’uno l’angelo custode dell’altro, fatto che nel caso di Brad Pitt vuole dire continuare a proteggere Leonardo Di Caprio, come stuntman, il suo ruolo nel film, anche fuori dal set. La lista dei film che compongono l’ossatura di “Unce open A Time In Hollywood” è lunga e si allungherà, ogni spettatore avrà spazio per arricchirla con le sue personali visioni. Di sicuro Leonardo Di Caprio e il suo lanciafiamme, vero, fanno  pensare ad Al Pacino/ Scarface, anche egli tra i protagonisti del film e anche a “Ghostbusters”. A riprova che a cinema non si butta niente, ma questo Quentin Tarantino ce lo racconta da sempre, come anche ci fa pensare, il lanciafiamme, alla funzione catartica della narrazione cinematografica, funzione che è della narrazione tout-court. Un’ultima cosa: volere ragionare troppo su questo film ne snatura il senso, tanto più che difficilmente qualche altro sarà cannibale quanto Quentin Tarantino, né serve porsi troppe domande visto che il film è un flusso di frammenti cinematografici, un sogno, quello  di Quentin Tarantino e anche di una generazione che ha smesso di sognare. Non a caso The Mama’s & The Papas con la loro “California Dreamin” dipanano lo psicadelico filo d’Arianna di Quentin Tarantino. E anche il nostro.
Si esce dal cinema con la voglia di rivederlo il film, proprio come accade con i sogni che più ci sono piaciuti mentre li vivevamo sognando, non a occhi aperti, con buona pace di Sergio Leone.