I 10mila posti di De Luca? Solo propaganda insincera

Il “piano per il lavoro” è un “piano per la formazione” con fondi europei finalizzato ad assicurare a diecimila selezionati tra duecentomila la frequenza di un corso erogato dal Formez

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Dall’autunno scorso, quando la Giunta regionale della Campania ha approvato la delibera riguardante il “Concorso unico territoriale per le amministrazioni della Regione Campania” (n. 625, 9 ottobre 2018), circola con insistenza la notizia dell’avvio delle procedure per l’assunzione di diecimila addetti negli enti locali, enfaticamente amplificata attraverso una capillare campagna di comunicazione intitolata “Piano per il lavoro”. Da allora, sia il Presidente della Regione sia i suoi più stretti collaboratori non perdono occasione per ripetere l’importanza di tale provvedimento, esaltandolo come unico in grado di contrastare la mancanza di opportunità che da anni costringe i giovani meridionali ad emigrare. Stupisce, tuttavia, che un annuncio di tale portata non abbia indotto all’approfondimento gli organi di informazione, nella quasi totalità dei casi limitatisi a rilanciare dichiarazioni di parte, né abbia aperto un adeguato dibattito con le altre forze politiche, nonostante De Luca più volte abbia polemicamente sottolineato la differenza con il reddito di cittadinanza e l’approccio assistenzialistico dei cinque stelle.

Abile ma a tratti mendace la propaganda dello staff del governatore De Luca

In realtà, a giustificare prudenze e reticenze contribuisce l’incertezza sull’effettiva portata del progetto, che, se dovesse realmente portare all’assunzione in tempi brevi di diecimila giovani nella pubblica amministrazione, sarebbe difficilmente contestabile, impopolare criticare. Inoltre, a creare un clima di incertezza contribuisce anche l’ambiguità della comunicazione istituzionale della Regione Campania, che, in linea con i dettami della propaganda populista ormai dominante sui diversi versanti, punta a dire attraverso slogan una serie di elementi che non si dicono, si evitano accuratamente di dire. Sicché diviene difficile contraddire, provare ad intavolare un ragionamento. Tuttavia, appare evidente fin d’ora che il “piano per il lavoro” è più precisamente un “piano per la formazione” finanziato con fondi europei per sei milioni e mezzo di euro, finalizzato ad assicurare a diecimila selezionati tra i duecentomila, che si stima parteciperanno alle procedure di selezione, la frequenza di un corso, erogato dal Formez, ed un borsa di lavoro dell’importo di mille euro per dieci mesi. Alla fine del corso, le diverse figure professionali potranno essere immesse negli organici dei 273 enti che hanno presentato manifestazione d’interesse al progetto. Tra di essi, spicca l’adesione di 263 comuni della Campania, o forse la mancata adesione degli altri 287, tra i quali uno di particolare peso come quello di Napoli. A spiegare perché oltre metà degli amministratori locali non abbia partecipato è soprattutto l’assenza di copertura finanziaria o di impegni stabiliti attraverso atti pubblici a garanzia delle diecimila assunzioni, sicché né la Regione Campania né gli altri enti associati saranno vincolati ad assorbire il personale formato. Ossia, ad oggi, non è possibile stabilire se e quando i diecimila che supereranno le selezioni e frequenteranno il corso di formazione entreranno in servizio. Allo stesso tempo, le previsioni per il prossimo triennio sul pensionamento di un numero rilevante di dipendenti pubblici appaiono del tutto fondate, così come appare razionale l’obiettivo di unificare a livello regionale la selezione e la formazione, ed è quindi agevole ritenere che una percentuale dei diecimila avrà effettivamente possibilità di lavoro. Ma quale percentuale? Stupisce che una ricognizione più approfondita delle effettive esigenze, finalizzata esclusivamente a definire le figure professionali da formare, si stia svolgendo solo adesso, prima della pubblicazione del bando e dopo l’approvazione della delibera e, soprattutto, dopo aver già individuato, in base ad una stima non si capisce come elaborata, in diecimila le unità che beneficeranno del provvedimento. Diecimila, un numero tondo, di forte suggestione, di grande effetto comunicativo, buono soprattutto per lanciare spot. Soprattutto alla vigilia della campagna elettorale per le regionali del prossimo anno.
Di questi tempi, ai giovani del Sud vanno bene anche mille euro al mese per dieci mesi, ed in parte già questo potrebbe costituire un risultato positivo. Viceversa, per chi giovane non è più è ancora fresco il ricordo dei “corsisti Cee” degli anni ’80, del loro faticoso assorbimento nella pubblica amministrazione, dell’assistenzialismo di quegli anni, fortemente spinto dalle sinistre meridionali, che comportò l’inutile ed esagerato rigonfiamento delle piante-organico e del debito pubblico. Soggetti e processi per nulla estranei alla disoccupazione giovanile dei nostri giorni, anzi tra le sue principali concause.

A fronte delle promesse, è esplosiva la situazione economica e occupazionale della Campania

Di questi tempi, è evidente che anche la pubblica amministrazione deve contribuire ad offrire nuove opportunità di impiego, ma sarebbe diabolico perseverare nell’errore di considerarla come unica opportunità, di ritenere che le ricette di un recente e fallimentare passato possano tornare ad essere utilizzate, addirittura presentate come l’occasione per una nuova stagione di sviluppo al Sud. Di questi tempi, abbiamo bisogno di impiegati e funzionari pubblici, ma solo se servono e se le possibilità della spesa pubblica lo consentono. Molto di più, abbiamo bisogno di giovani imprenditori, di giovani con il gusto del rischio e la passione per la propria terra, di giovani che desiderano scoprire e mettere a valore le tante risorse ancora sottoutilizzate offerte dai nostri territori. E di una pubblica amministrazione che li incentivi e li sostenga agevolando le loro attività, ma anche solo erogando i servizi che è chiamata ad offrire in tempi e modi adeguati.