Caro Direttore,
tra i non molti editorialisti di spicco c’è certamente il direttore de “ La Stampa” Maurizio Molinari, che domenica 4 agosto ha appunto pubblicato un editoriale molto significativo dedicato al problema fondamentale politico-culturale che abbiamo dinanzi a livello mondiale, costituito dalla crisi sempre più grave ed evidente del sistema democratico, di cui un sintomo e insieme una causa si trovano in quel contesto di atteggiamenti e scelte politiche che Molinari indica sotto il titolo de “la trappola degli estremismi”. Giustamente Molinari premette all’analisi degli “opposti estremismi” di destra e di sinistra, una opposizione, o se si vuole, una dicotomia di teoria politica più generale tra stato di diritto e dittatura, il cui discrimine egli indica con lucida sinteticità: “la divisione fra i poteri, il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali dei cittadini, le garanzie del welfare per i più deboli” ; non si poteva esprimere meglio il nocciolo dello Stato di diritto (dalla sua sorgente kantiana allo sviluppo kelseniano) anche nel suo fondamentale orientamento sociale e solidaristico. Farei qui un’aggiunta tenendo conto del presente: accanto al concetto di dittatura espliciterei una sua forma più ambigua, che è quella dello stato autoritario, o come qualche volta si è detto e si dice della democrazia autoritaria o anche della democrazia conservatrice, dove chiaramente possono rientrare la Russia di Putin e gli Stati Uniti di Trump e le democrazie di alcuni dei paesi europei ex-sovietici. Di fronte alla minaccia di una caduta dello stato di diritto, Molinari richiama l’attenzione sul pericolo costituito dall’estremismo di destra che egli identifica con “una riscoperta delle radici etnico-nazionali che fa leva sull’identità tribale di singole comunità per indicare come nemici gli estranei: i migranti, i Rom e più in generale gli stranieri” e, pur avvertendo giustamente che si tratta di una galassia di estremismo assai eterogeneo, ricomprende sotto questa etichetta i gruppi neonazisti tedeschi e slovacchi, i suprematisti bianchi anglosassoni, gli ultranazionalisti fiamminghi, i lepenisti francesi, i sovranisti italiani, austriaci, ungheresi: il che, malgrado le innegabili differenze, è giusto rispetto al discorso sulla crisi dello stato di diritto e dello stato sociale. Per quanto riguarda l’estremismo di sinistra Molinari fa riferimento a frange del partito laburista inglese o dei democratici statunitensi, a posizioni di sinistra tolleranti (in Svezia) verso gli estremisti islamici, al sostegno aprioristico in Germania e in Italia “per quelle ong che fiancheggiano di fatto i trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo” , al “fanatismo del ‘politically correct” che ha prodotto reazioni dell’elettorato a destra spingendolo per esempio negli USA verso Trump , nel Brasile verso Bolsonaro. Ora questa identificazione dell’estremismo di sinistra è meno convincente, soprattutto perché ritiene accertato il legame tra alcune ong e i trafficanti dei barconi. Tuttavia è giusto il richiamo all’effetto perverso che anche in Italia ha determinato l’eccessiva spesso fanatica concentrazione nella difesa e promozione di tutti i possibili diritti individuali; per dirla in breve, ritengo che una delle ragioni della crisi della sinistra e del centrosinistra, del PD in particolare è stato l’aver concentrato la propria politica sui diritti civili dimenticando o quanto meno fortemente trascurando i diritti sociali, meglio ancora le politiche sociali. In questo senso il pensiero di fondo espresso da Molinari anche per l’estremismo di sinistra è sostanzialmente giusto e deve far riflettere. Condivisibile anche la fenomenologia dei comportamenti sociali determinata dagli estremismi: il disprezzo per l’avversario, la delegittimazione soprattutto attraverso l’uso scorretto del social network, la carenza di proposte e una diffusa intolleranza; c’è qui, poi, un’osservazione molto acuta di Molinari che vede nel conflitto intorno ai migranti oltre la violenza antimigranti della destra la possibilità da parte di gruppi islamici di utilizzare l’estremismo di sinistra e quindi di “generare il più pericoloso dei conflitti”. Inoltre, questi scontri ideologici finiscono per distrarre la politica dei governi dalle “sfide strategiche che incombono sugli Stati nazionali – dalla lotta alle disuguaglianze allo sviluppo delle nuove tecnologie”. Alla fine Molinari si chiede “come le democrazie possano riuscire a liberarsi dalla trappola degli opposti estremismi”. La sua risposta è incentrata nell’appello alla responsabilità dei cittadini”, alla loro adesione ai valori della democrazia e alla loro capacità di difenderli e promuoverli, reagendo alle provocazioni e alle trasgressioni da parte dei politici. Una giusta risposta che però si scontra proprio con quella crisi di valori che caratterizza la società occidentale,  che ha radici profonde in un processo di secolarizzazione che si è trasferito dal religioso all’etico e ha trovato nel nichilismo e nell’utilitarismo edonistico e consumistico i suoi esiti più rilevanti. La crisi dell’etica, con la caduta della riflessione sui principi, con l’abbandono dell’etica dell’intenzione e del dovere, e l’affidamento solo al fragile senso di responsabilità, con il suo restringimento alle etiche applicate (bioetica, biopolitica etc.)  rende improbabile una risposta positiva. Certamente è da auspicare una rinnovata sensibilità per i valori della democrazia, ma questo presuppone una rinnovata apertura al religioso e all’etico che dovrebbe coinvolgere le nuove generazioni. C’è poi, e Molinari ne fa cenno alla fine, “la responsabilità di Stati, governi e partiti: in Europa come in Nordamerica sono chiamati a dare risposte urgenti ed efficaci su disuguaglianze economiche e integrazione dei migranti”. Un’indicazione preziosa, anche se il discorso non può non allargarsi. Mi limito solo alla considerazione della perdita da parte dei partiti della loro funzione di mediazione tra istituzioni e società, di progettazione dell’ordine sociale e delle politiche economiche e culturali di volta in volta necessarie. Si tratterebbe di riassumere questa funzione, ma questo vorrebbe dire ristabilire una presenza dei partiti tra la gente, nei territori, nei quartieri, nei posti di lavoro, non solo sui media. Soprattutto sarebbe necessaria una ferma volontà di dare un senso etico alla politica, che esige certo freddezza realistica e pragmatica, ma non può fare a meno se non del caldo vento dell’utopia, almeno del soffio dell’ispirazione ideale senza di cui non è possibile elaborare un minimo progetto di nuova società. Per quanto attiene alla sinistra nel nostro paese – ma questo va al di là dell’editoriale di Molinari – diventa ogni giorno più urgente mettersi tutti – a sinistra del PD e con il PD – intorno a un tavolo per progettare quanto meno una federazione in grado di elaborare un progetto alternativo di governo su pochi punti qualificanti riguardanti in primo luogo il mondo del lavoro, le tasse, la scuola, l’università. Pochi punti d’impatto immediato con un linguaggio semplice, comprensibile da tutti. Se non si riesce a fare questo, è fin troppo facile prevedere la continuazione del governo gialloverde e alla fine un decisivo rafforzamento della destra di Salvini , che, malgrado la buona volontà della massima autorità istituzionale, non potrà non conquistare il governo del paese.