I ragazzi del ’92, la generazione Borsellino

Film e serie Tv hanno raccontato il salto di qualità nella coscienza anticrimine

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Ieri, ventotto anni fa: il 21 luglio 1992. Ognuno di noi ha impresse nella mente le immagini dei palermitani che, davanti alla cattedrale, chiedono di poter partecipare alle esequie di Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi e Claudio Traina, forzando il cordone di sicurezza della polizia, posto a tutela delle cariche istituzionali. Quelle scene mandate in onda dai telegiornali Rai sono diventate un monumento elettronico: il totem di una presa di coscienza. Il documento audiovisivo è innestato nel film “La mafia uccide solo d’estate”, di Pierfrancesco Diliberto, alias Pif, per simboleggiare il brusco passaggio dalla gioventù all’età adulta, scegliendo da che parte stare. Arturo e Flora, i due protagonisti, che si avvicinano e si allontano sin dall’infanzia durante l’intero corso del film, si ritrovano nella folla dei manifestanti e, come se non ci fosse un domani, si baciano riconoscendosi nella comune battaglia. Un riconoscimento che ha un retroscena doloroso: Flora ha scoperto che il padre è un colletto bianco colluso con i mafiosi. La sequenza successiva è la diretta conseguenza dell’esperienza vissuta: Arturo è nella sala parto e, con la sua telecamera, sta filmando sé stesso e Flora nel momento in cui dà alla luce il loro bambino. Uscendo dall’ospedale il protagonista, che è anche narratore, dice: «Quando sono diventato padre ho capito che i genitori hanno due compiti fondamentali: il primo è quello di difendere il proprio figlio dalla malvagità del mondo; il secondo è quello di aiutarlo a riconoscerla». L’esperienza personale diventa modello di trasmissione del sapere. Non solo. Nel finale si coglie con forza la volontà di saldare la scelta d’impegno civile a una memoria generazionale: Arturo e Flora sono i ragazzi del ’92 che hanno compreso la necessità di non delegare la battaglia ad uno sparuto gruppo di “addetti ai lavori” ma di partecipare attivamente, elaborando il lutto del sangue versato, alla costruzione di un’antimafia sociale in cui la memoria delle vittime svolge una funzione pedagogica. Perciò nella sequenza conclusiva lo spettatore segue la crescita del bambino, nato dall’amore che sconfigge la morte, partecipando a un viaggio della memoria nella città di Palermo. Il padre, da solo o con la madre, lo aiuta a riconoscere «la malvagità del mondo» conducendolo sui luoghi del lutto che ha marchiato la sua generazione. Quegli uomini, uomini appunto e non eroi (un messaggio esplicito che lega le trame del corre lungo tutto il film), hanno modificato lo spazio urbano generando, con il loro esempio, una costellazione di luoghi della memoria: dalla targa dedicata a Filadelfio Aparo a quella di Pio La Torre, dalla stele in ricordo di Mario Francese ai monumenti di via D’Amelio e di Capaci, dalla lapide commemorativa di Boris Giuliano al basso rilievo di Carlo Alberto Dalla Chiesa ed Emanuela Setti Carraro, per terminare il “cammino”, con il figlio ormai adolescente, di fronte all’epitaffio di Rocco Chinnici . Giunti all’ultima tappa, di fronte al portone di via Pipitone Federico, storia personale, storia familiare e storia nazionale diventano un tutt’uno nel nome di quel magistrato che Arturo e Flora hanno «pure conosciuto». Fin qui ciò che vediamo; ma il visibile presuppone l’esistenza del suo contrario: il non visibile, ovvero ciò che viene percepito ma non dichiarato. Elementi impliciti, ma intuibili, della narrazione, nascosti dietro il senso manifesto delle immagini. È nell’insieme di visibile e non visibile che il film trasmette speranze, aspettative, consuetudini e ruoli di una determinata comunità incorporandoli nell’immaginario collettivo. In sostanza il cinema è un ottimo strumento per ascoltare la società, andando alla ricerca del contenuto latente dietro quello apparente. Qual è il non visibile de “La mafia uccide solo d’estate”? Fermiamoci nel momento in cui Arturo e Flora s’incontrano nel marasma dei funerali. Il loro riconoscersi nella dimensione collettiva, a partire da posizioni individuali diverse, è quel tipo di innamoramento che caratterizza un’unione come violazione delle barriere sociali. L’incontro tra i due testimonia, l’uno all’altra, la disponibilità a rompere le relazioni precedenti per compiere una scelta in comune. «Tutto ciò che è stato appare allora come fondamento passato del proprio essere attuale che va ripercorso, come nella regressione psicoanalitica, per ripensarlo come storia. Storia individuale e storia collettiva». La reciprocità dell’incontro (che prima non era tale poiché l’amore di Arturo era a senso unico) costruisce un nuovo presente attraverso il passato, per volontà di un futuro. Il film è la storia di una rinascita (come attesta la scena del parto): attraverso gli occhi del figlio i due protagonisti riguardano criticamente tutta la loro vita e non si sentono più vincolati alle decisioni prese quando «non sapevano». Artuto e Flora, e tutti i ragazzi del ’92, hanno compreso il loro passato elaborando il dolore di un lutto nazionale che ha conferito alle loro azioni una nuova consapevolezza dell’essere italiani.

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno-L’ALTRAVOCE della tua Città)