I test Invalsi e la crisi del linguaggio anche pubblico

Alle carenze del sistema scolastico, si aggiunge un più grave motivo di preoccupazione: l'esposizione di giovani inconsapevoli alla propaganda dei demagoghi

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Si è aperto nei giorni scorsi un preoccupato dibattito sui risultati dei test Invalsi (un complicato acronimo dietro cui si nasconde l’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema dell’Istruzione) che ogni anno ci aggiornano sull’inarrestabile piano inclinato su cui sta scivolando la scuola italiana. Ci avviciniamo sempre più al livello rosso che segnala il dato drammatico di ciò che viene ormai definito come “analfabetismo funzionale” che riguarda innanzitutto la lingua italiana: più di un terzo degli studenti non comprende ciò che legge, compromettendo in tal modo non solo la capacità di esercitare un minimo di valutazione critica sul mondo che ci circonda, ma anche la possibilità di accedere alla comprensione delle altre materie di studio. Un handicap gravissimo, giacché chi non capisce l’italiano non capirà neanche i contenuti delle altre materie di studio, a partire dall’inglese, lingua universale della nostra epoca. La negatività di questo dato si accentua sempre più vedendo i risultati che vengono dal Mezzogiorno, dove naturalmente pesa non, come vorrebbe un luogo comune razzista, l’inferiorità ancestrale delle regioni a sud del Garigliano o la scarsa preparazione dei docenti meridionali, ma un ambiente che a causa delle condizioni di inferiorità socio-economica non garantisce la stessa quantità e qualità nelle dotazioni di libri, strumenti informatici, di possibilità di frequentazione di musei, teatri, circoli culturali.

Preoccupato Sos dello scrittore Gianrico Carofiglio sul linguaggio politico-pubblico, diretto con successo a giovani sempre più incolti e inconsapevoli

Insomma, sono più i dislivelli sociali e le differenze di classe a generare il solco che sempre più si apre tra la scuola del nord e quella del sud e non certo una “lombrosiana” differenza di sapore razziale. A ciò si aggiunge l’ormai avvenuta resa della tradizionale lettura/scrittura cartacea all’uso di un nuovo linguaggio, quello dei social e dei suoi strumenti comunicativi, che riducono lo spazio tradizionale sia della scrittura, talvolta criptica, sia della capacità interpretativa. Non sto ovviamente predicando una sorta di anacronistica campagna contro la rivoluzione informatica, ma sono sicuro che i dati catastrofici dei test potrebbero migliorare se si pensasse a un adeguamento necessario dell’esposizione dei contenuti del sapere agli strumenti odierni della comunicazione mediatica. Vi è infine, accanto alle carenze del sistema scolastico, un più grave motivo di preoccupazione che Gianrico Carofiglio ha così descritto: “la progressiva perdita di senso del dibattito pubblico, dell’esibito disprezzo che taluni politici e talune forze hanno per la responsabilità connessa con l’uso del linguaggio”. Il futuro del nostro tormentato e irriconoscibile paese è nelle mani non tanto e non soltanto di politici e di intellettuali di opposte tendenze, ma soprattutto in quelle di giovani “incapaci di capire il significato di discorsi elementari” e dunque destinatari ideali per la “propaganda dei demagoghi e dei populisti di ogni risma. E la propaganda volgare, violenta, carica di disprezzo per i significati (…) è uno degli acceleratori dell’ignoranza, dunque dell’inadeguatezza democratica”. Carofiglio ha ragioni da vendere quando ricorda a noi tutti che in nessun altro sistema di governo hanno importanza le parole e il loro significato come nella democrazia che si fonda proprio sulla libera circolazione delle opinioni. Per questo occuparsi del “linguaggio pubblico”, pur restando compito primario del miglioramento delle politiche scolastiche, diventa il fine irrinunciabile dell’ “etica civile”, vero fondamento di ogni agire politico.