Il corpo in mostra (d’arte) / 1

Chiuderà il 22 aprile la retrospettiva presso il Madre-museo di Napoli intitolata "Robert Mapplethorpe. Coreografia per una mostra / Choreography for an Exhibition", a cura di Laura Valente e Andrea Viliani

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Sta per concludersi, al Madre-museo d’arte contemporanea Donnaregina di Napoli, una splendida mostra fotografica, una retrospettiva intitolata Robert Mapplethorpe. Coreografia per una mostra / Choreography for an Exhibition, a cura di Laura Valente e Andrea Viliani. Chiuderà definitivamente il 22 aprile prossimo.

Robert Mapplethorpe, Phillip, 1979. © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission

Una mostra d’arte fotografica che è veramente una danza. A sentire i curatori, tanto i criteri espositivi che tutte le attività performative collaterali, sono pensati in forma di coreografia. Infatti, scrivono: «Coreografia per una mostra si concentra in modo inedito sull’intima matrice performativa della pratica fotografica di Mapplethorpe, sviluppata, nel concetto e nella struttura di questa mostra, come un possibile confronto fra l’azione del “fotografare” in studio (nell’implicazione autore / soggetto / spettatore) e del “performare” sulla scena (nell’analoga implicazione performer / coreografo / pubblico).
Ma, che la fotografia proposta da Mapplethorpe, intesa come modalità di produrre la relazione autore / soggetto / spettatore, sia coreograficamente simile a una danza; oppure, che le coreografie, eseguite dai performer invitati ad esibirsi nei giorni di apertura della mostra, vivano delle stesse essenze distillate dalle immagini del fotografo americano, ciò che allo sguardo critico dell’antropologo sembra essere un merito dell’iniziativa napoletana è la centralità del corpo e della sua utilizzazione nell’unico “lavoro” fondante la nostra umanità:

Robert Mapplethorpe, Phillip Prioleau, 1982. © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission

il saper tessere relazioni interindividuali per consentire consapevolezza e costruire un dialogo riflessivo, costruttivo, affettivo.
Tutto ciò grazie alla qualità eccelsa della proposta artistica che tutto sublima (o degrada) in “sensazione”, “emozione”, “sentimento”, la percezione bypassando, solo apparentemente, la soglia critica della razionalità.
Il corpo, i corpi mostrati da Mapplethorpe nelle sue foto; o quelli dei performer convocati a muoversi davanti alle foto del Maestro – una per tutti, la giovane napoletana Luna Cenere, autrice di una performance site-specific intitolata Natural Gravitation (postures for Bob) eseguita nelle sale del Madre (http://www.madrenapoli.it/calendario/luna-cenere-al-madre/) – possono essere interpretati come l’esercizio antropopoietico di foggiatura dell’umana dimensione che non può dimenticare di essere, tutt’insieme, mente e fisico. E l’uno e l’altra si influenzano, si modificano reciprocamente e solo così riescono a produrre cultura, in senso antropologico. Che poi è la stessa cosa che accade quando si legge un libro, si suona uno strumento o si percuote un bicchiere; quando si sta accanto ad un altro sia per ascoltarlo sia per farci l’amore. È il corto circuito mente-corpo. Questo ci insegnano le foto di Robert Mapplethorpe. Ci insegnano a essere umani, anche se da qualche tempo lo stiamo dimenticando sia frequentando scuole che ci costringono in aule e banchi che mortificano i nostri corpi intelligenti sia utilizzando strumenti di comunicazione immediata che ci trasformano in immagini virtuali, immateriali, isolate nel web.

Robert Mapplethorpe, White Gauze, 1984. © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission

Non c’è dialogo in tali dimensioni, al massimo solipsistici monologhi che isolano la mente tagliandola fuori dai nostri corpi. Il modello sono i computer. Ma queste macchine, ci spiegano gli studiosi di Cibernetica contemporanea, si stanno preparando a diventare consapevoli di se stesse. E quando, e se ciò avverrà, sarà difficile disattivarle perché difenderanno il loro software-pensiero, in qualche modo, difendendo il loro corpo che, fino ad oggi, possiamo continuare a chiamare hardware.
Già, il corpo! C’è un articolo veramente interessante scritto nel 1967 da Franco Basaglia insieme alla moglie, Franca Ongaro. Apparve nel n.2 della rivista Che fare. Riguardava Il corpo di Che Guevara, la sua salma intesa come “corpo morto”. Un articolo che rifletteva sull’uso mediatico del cadavere. Cioè di un corpo non più animato, privo dello spirito (laico) vitale. Ovvero, per dirla con Ernesto de Martino, privo della presenza, quel τέλος, quel fine, quella capacità di dare senso al «qui e ora». Il valore del momento, che è Storia, risiede tutto nella consapevolezza dell’essere vivi; vivi per poter affrontare, da vivi appunto, qualsiasi problema e così procedere alla sua definizione e risoluzione. «L’umana presenza» ha bisogno, per dispiegarsi, di mente e di corpo; di mente-corpo insieme.
Mostrare il cadavere del Che in Bolivia significava, per i due Basaglia, mostrare un corpo senza animo, senza mente; incapace di produrre un «agire realisticamente orientato». Come le «tarantate salentine» di de Martino, bloccate in una pura fisicità coreutica, un ballo continuo di un corpo che solo se ricondotto all’unità con la mente poteva risanarsi nell’umano. Come il corpo dei degenti dei manicomi negato nella reclusione meccanica o farmacologica insieme al loro pensiero.
I corpi mostrati da Mapplethorpe nelle sue foto parlano di tutto questo e, mi è sembrato, che anche alcuni visitatori abbiano terminato la loro visita alla mostra napoletana con una tale, forte consapevolezza.
Del tutto simile a quella prodottasi, ad esempio, nei visitatori della mostra retrospettiva fiorentina dedicata a Marina Abramovich (vedi la seconda parte di questo reportage).

(To be continued 1/2)