Il cyborg, metafora della soggettività

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“Vi ringrazio per il lavoro fatto sulle mie allucinazioni, l’intevista è stata un safari maieutico.” Maria Venditti ringrazia Mario Mele, il video maker responsabile del progetto alternanza scuola lavoro insieme agli studenti del Liceo Artistico Sabatini-Menna di Salerno che hanno concluso il loro percorso formativo con la realizzazione di una video intervista a alla giovane sociologa che spiega cosa vuol dire essere un cyborg e la genesi della sua metafisica.
L’approdo a questa definizione del sé come cyborg prende forma dalla lettura di “Manifesto cyborg” della scrittrice Donna Haraway del 1991: “Un testo per me biografico nel quale ho trovato una metafora rappresentativa della mia soggettività, non mortificante. Il cyborg è qui una entità etica tesa ad abilitare negli altri un sé immaginario con una funzione politica che abbia un valore sociale condiviso.”
Maria non è un indi-viduo, non risponde a questa o a quella definizione, sfugge alla retorica delle dicotomie ed eccedendo le categorie prestabilite ci costringe a ripensare il soggetto slegandolo dalla biunivoca corrispondenza ad una struttura isomorfa per consegnarlo ad una realtà multidimensionale dove il confine tra normalità e diversità, abilità e disabilità diventa sempre più fluido. In fondo “siamo tutti cyborg” prorompe Alex Giordano, professore di Etnografia Digitale della Federico II di Napoli, ospite nella giornata della presentazione del video, “ognuno di noi sfuma i confini tra umano e macchina ogni giorno quando utilizza gli smartphone: aumentiamo le nostre conoscenze, annulliamo le distanze temporali e spaziali. Non subirli, ecco quello che fa la differenza nella fruizione di quesi strumenti, delle intelligenze artificiali, che pure ci sono sempre state. Bisogna mettere al centro l’uomo ma non nell’antitesi uomo-macchina ma nella configurazione di una poetica dell’unione semplicemente recuperando il nostro dna mediterraneo fatto di accoglienza, di coniugazione degli opposti e superamento delle avversità a cui siamo abituati ”.
Il fulcro è dunque il lavoro etico, che sta nelle responsabilità che l’uomo ha nell’usare gli strumenti, il fine al quale li indirizza. Cosa è giusto comunicare, per evitare la confusione e la frustrazione del nostro relazionarci alla tecnologia? L’umanità risiede proprio in questa ricerca etica, nella capacità di opporsi ad applicazioni sbagliate, dove lo sbaglio non è derivazione dicotomica tra categorie granitiche di giusto e sbagliato, ma una sintesi di ascolto delle istanze del soggetto e la creazione di valore per la comunità.
Si tratta non solo di rallentare la discesa verso il “gubble” dickiano, quella decomposizione ineluttabile causata dalla naturale entropia, ma di creare la visione unitaria auspicata dal professor Giordano “La macchina è lo strumento, l’uomo ha la poetica” continua, una fusione che crea un’entità altra “che ci fa uscire da noi ma solo per poi ritrovarci”.
Nel segno dell’estropianesimo di Max More si discute della libertà e della indiscussa sovranità di ogni individuo su se stesso, della autorità di riconfigurare il senso individuale dell’esistenza anche attraverso applicazioni artificiali. Il rischio è ridurre il corpo ad una piattaforma bio-ibrida alla quale aggiungere solo per potenziare o per sperimentare ma l’inquietudine diffusa circa la possibile sopravanzata del livello tecnologico rispetto a quello umano è un falso problema, spaventa di più quell’umanità-automa che è solo in grado di eseguire dei comandi, dietro direttive subliminali di modelli osmoticamente assorbiti.
“Chi pensiamo di essere quando tracciamo una linea tra noi e loro?” – si chiede Philip Dick, lo scrittore visionario, più prolifico di questo filone letterario fantascientifico in cui si profilano distopie cibernetiche. Tra l’uomo e l’androide, tra le macchine e l’uomo, tra gli omosessuali e gli eterosessuali, tra l’uomo e la donna, tra il generale e il particolare “non c’è una barriera, ma una zona di frontiera” intuisce Maria che attraversata più e più volte forgia la nostra soggettività, elimina l’abuso, smantella la convenzione e fuga lo svuotamento di senso.
“Il nostro universo è al tempo stesso una visione e un simulacro, la Creazione è sfuggita di mano al Creatore, noi tutti dormiamo e sogniamo i sogni che ci dispensa l’Impero al cui potete siamo sottomessi. Vaghe intuizioni, dubbi, piccole incoerenze notate nella vita di tutti i giorni fanno intravedere la verità a quelli di noi che dormono meno profondamente e tuttavia non osano crederci. Ma bisogna crederci, bisogna svegliarsi. Chi ascolterà le parole di Emmanuel e gli crederà entrerà nel Giardino e restaurerà la Realtà”.
Maria è come Immanuel, un bambino che Dick fa reincarnare, tornare di nascosto sulla terra nel ventre di una malata terminale, attraverso il quale che cerca di spiegarsi la divinità della nostra natura tracciando i confini di una realtà altra oltre quel velo di Maya che ci avvolge. Lei è riuscita a squarciarlo dando voce alla sua soggettività attraverso una metafora, sogna pecore elettriche e sa rispondere con determinazione e orgoglio all’inquisizione dei blade runners, trovando un suo posto definito in questa giungla ipermediale “Io sono un cyborg e mi sento felice perché mi diverto a fare tutte le mie esperienze di vita”