Il decoro pretesto per la sicurezza

Si colpiscono, così, venditori ambulanti, persone senza casa, persone povere che chiedono soldi. Non modificando di un grammo il peso delle disuguaglianze che grava sulla società

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Da molti anni il tema del decoro ha invaso il dibattito pubblico e le decisioni della politica, a livello nazionale così come locale. I decreti sicurezza che si sono succeduti dal 2009 ad oggi – iniziati con il Ministro dell’Interno Roberto Maroni e proseguiti con Marco Minniti e Matteo Salvini – hanno messo tutti al centro questo tema. Così come le migliaia di ordinanze comunali che si sono avvicendate, da quelle anti-bivacco a quelle contro la presenza di persone che si prostituiscono, da quelle contro chi chiede l’elemosina a quelle contro chi sosta in determinate aree. E poi il cosiddetto daspo urbano e le retate dei vigili urbani e di altri corpi di polizia contro i lavoratori ambulanti, a prescindere dalla regolarità delle loro licenze.

Il vice presidente del Consiglio e ministro degli Interni Matteo Salvini

Sono almeno dieci anni, anche se il fenomeno è iniziato prima, che il decoro è diventato un punto di riferimento delle politiche di sicurezza. Decoro che significa, in realtà, allontanamento di tipi di persone e comportamenti considerati scomodi, brutti, di cattivo gusto. Colpendo, così, venditori ambulanti, persone senza casa, persone povere che chiedono soldi. Non modificando di un grammo il peso delle disuguaglianze che grava sulla società nel suo insieme e sulle persone e condizioni sociali colpite. E, semplicemente, creando popolazioni-bersaglio da colpire e trasformare in capro espiatorio dell’incapacità e non volontà della politica nazionale e locale di affrontare il grande scandalo dell’Italia di oggi: l’aumento enorme delle disuguaglianza.
Alla violenza strutturale dell’ingiustizia sociale si è risposto, da destra come da sinistra, seppure con accenti diversi, con la violenza degli allontanamenti, della marginalizzazione, delle parole di fuoco contro chi rovinerebbe la bellezza e la sicurezza delle città. E così si è imposta l’ideologia del decoro. Di un determinato tipo di decoro. Mentre, nel frattempo, il degrado, quello vero, quello delle ingiustizie e della disarticolazione delle politiche sociali, scolastiche e sanitarie, si è andato espandendo. Fino a giungere al degrado del dibattito pubblico di oggi, con un Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che usa espressioni come “zingaraccia” o si fa beffa di tutti i disoccupati e precari italiani a casa, arrabbiati contro gli immigrati che gli avrebbero rubato il lavoro, mentre lui si diverte in un locale in una festa in spiaggia. Un Ministro che non dimostra alcuna vicinanza alle classi popolari, ma tutta la sua lontananza ipocrita, quella di chi con la propaganda si mostra solidale ma, nella realtà, vive tutto il suo egoismo, dimostrando chi, in realtà, può godersi la vita (lui, in quanto Ministro) e chi non se lo può permettere (a cui resta al massimo la possibilità di odiare chi sarebbe la causa della sua precarietà e della mancanza di decoro).
Alla fin dei conti, la domanda da porsi è: in questa situazione, dove sta il degrado? Al Papete, dove il Ministro dell’Interno ostenta la sua allegria lontano dai drammi e dalle difficoltà degli italiani ai quali dice di pensare sempre? O tra chi, ad esempio con il lavoro ambulante o occupando una struttura in assenza di alternative abitative, cerca di salvare la propria dignità, senza andare a elemosinare presso i potenti di turno?