Il decreto stoppa De Luca

Una disposizione finale annulla implicitamente l’ordinanza illegittima

0
1857

Il veleno nella coda. Mentre in parte della Campania continuano i giri di vite (dopo la quarantena imposta a 5 comuni, 4 nel Salernitano, ieri è stato chiuso il cimitero di Salerno, e Michele Strianese, presidente della Provincia, ha chiesto al prefetto di mobilitare l’esercito), a Roma il governo inserisce, proprio alla fine del decreto Cura Italia, una norma che, implicitamente, suona come una sconfessione dell’ordinanza con cui, quattro giorni fa, il presidente della Regione Campania ha riformato in pejus – e sua sponte – il Dpcm del 10 marzo. Mettendo l’intera regione agli arresti domiciliari con la trasformazione dell’invito ai cittadini di rimanere a casa in un obbligo. Da oggi, giorno di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del decreto varato al termine del Consiglio dei ministri, lo Stato centrale ribadisce la propria potestà messa in discussione dall’ordinanza regionale. Lo fa con una disposizione transitoria e finale (Capo IV – Disposizioni finali e finanziarie, articolo 35) che recita così: “A seguito dell’adozione delle misure statali di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19 non possono essere adottate e, ove adottate sono inefficaci, le ordinanze sindacali contingibili e urgenti dirette a fronteggiare l’emergenza predetta in contrasto con le misure statali”. Chiaro il senso: le restrizioni (tra cui il divieto di passeggiata) contenute nell’ordinanza firmata da De Luca che ha fatto inorridire parecchi costituzionalisti – in primis il docente della Federico II Alberto Lucarelli, il quale in un’intervista al nostro giornale l’ha definita nulla – non si applica se non attraverso l’azione dei sindaci. I quali sono da stamattina tenuti a uniformarsi alle misure previste nell’ultimo decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, che prevede alcune restrizioni alla libertà di movimento dei cittadini, ma non la elimina del tutto (né potrebbe, pena la dichiarazione di incostituzionalità della norma). Sarà anche vero, come ha (pesantemente) ironizzato il governatore De Luca in una delle sue ricorrenti esternazioni, che “l’epidemiologia non è una branca del Diritto costituzionale, e nemmeno della teologia”, ma in materia di diritti fondamentali della persona – nel pieno e incondizionato rispetto della gravissima emergenza sanitaria in atto – la Regione non può sostituirsi agli organi dello Stato centrale. Insomma, la norma (il veleno) inserita nella coda del Decreto Cura Italia serve a fare un po’ di chiarezza, giacché per quattro giorni, in Campania, è mancata del tutto un’uniformità di comportamento in materia di restrizioni. L’ordinanza De Luca, che aveva suscitato parecchia irritazione a Palazzo Chigi, come ha riferito Repubblica nell’edizione di sabato, è stata applicata a macchia di leopardo. A Salerno, per esempio, si è arrivati addirittura a transennare il lungomare. In un clima di incertezza totale, i prefetti di Napoli (checoordina tutti i prefetti della Regione) e Salerno, ma anche quelli di Caserta, Benevento e Avellino, hanno, con il loro silenzio, ribadito che l’organo da cui dipendono gerarchicamente è il Ministero dell’Interno. E, dal versante delle loro competenze, hanno lasciato sostanzialmente inapplicata l’ordinanza. Con il decreto del governo (che è controfirmato dal Capo dello Stato e ha valore di legge), adesso, hanno a disposizione anche lo strumento normativo necessario per ribadire chi è che detta la linea in questa situazione di emergenza.

(Tratto da Il Quotidiano del Sud-L’ALTRAVOCE della tua Città)