Il dilemma dei compiti a casa

Eliminarli senza cambiare i presupposti didattici da cui scaturiscono potrebbe essere rischioso e non risolverebbe i problemi dell'apprendimento

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Compiti sì compiti no…
Nella lettera di auguri indirizzata alla comunità scolastica dal Ministro dell’istruzione Bussetti, si invitano i docenti a riflettere collegialmente sulla quantità di compiti da assegnare per le vacanze e i giovani a dedicare il tempo libero alla lettura, alla musica, allo sport o alla cultura… Un invito ben diverso da quello prospettato nelle dichiarazioni precedentemente fatte, in cui non si citava – come si fa nella lettera – la libertà di insegnamento e l’autonomia scolastica, costituzionalmente tutelate…

Vietare i compiti a casa non risolverebbe il problema dell’uguaglianza tra alunni bravi e altri in ritardo

Una dichiarazione molto soft che però inevitabilmente fa discutere e riapre la questione, spesso affrontata nei colloqui con i genitori, della necessità o meno dei compiti. Perché i genitori sembrano i primi destinatari delle lezioni a casa, come pure dell’onere di venirne a conoscenza: chat appositamente costituite, assegno svolto di sana pianta dagli adulti… si comprende, quindi, la preoccupazione dei troppi compiti visto che non ci si limita a controllarne l’esecuzione, ma spesso ci si sostituisce letteralmente ai legittimi destinatari. Resta l’interrogativo sulla loro utilità o forse meglio sul perché non sono più percepiti come indispensabili. Secondo l’OSCE in tutti i paesi sono assegnati compiti, e il farli migliora i risultati degli alunni nelle misurazioni sulle competenze di lettura e di matematica. In Italia, tuttavia, il tempo dedicato ai compiti sarebbe maggiore di quello dedicato in altri paesi, con risultati meno brillanti. Certo il tempo in sé non è per forza indicativo: studiare con il cellulare vicino tra una chat e l’altra, un po’ di musica e il computer acceso, non favorisce né la concentrazione né la rapidità dell’esecuzione… una cosa è certa: la necessità di consolidare quanto appreso, di sviluppare la memoria, di dare spazio all’apprendimento autonomo funziona e dà mediamente buoni risultati. La preoccupazione dell’OCSE, infatti, è legata all’aumento della disparità tra chi proviene da un contesto socio culturale più favorito ed è pertanto regolarmente seguito e stimolato a fare i compiti, e chi non lo è. Questo tuttavia non mi pare sia un argomento dirimente: togliere i compiti per tutti, e accettare che i meno motivati o meno seguiti non li facciano non risolve le disuguaglianze, anzi.

Una revisione dei metodi potrebbe rendere utili le esercitazioni dopo le ore di scuola

Probabilmente i più bravi resterebbero bravi anche eseguendo meno compiti, mentre gli alunni con difficoltà vedrebbero approfondirsi le proprie lacune… è innegabile che dare meno spazio alle esercitazioni, siano essere di matematica o di musica, difficilmente potrebbe garantire l’acquisizione di competenze significative. Ciò non toglie che l’interrogativo sia legittimo e vada preso sul serio, ma posto in modo diverso: come fare per rendere significativi i compiti? Le risposte potrebbero essere tante, a partire dal tipo di didattica che il docente sceglie di attuare: nella didattica tradizionalmente trasmissiva si potrebbe agire sulla scelta di contenuti più significativi e più vicini agli interessi degli studenti, favorendo l’esecuzione in classe. Si potrebbe incrementare l’uso di quei software che consentono il raggiungimento di determinati livelli di competenza (come i video giochi), permettendo a ciascuno di raggiungere il livello voluto nei tempi che gli sono più congeniali.
Strumenti non certo nuovi, che guidano l’alunno alla scoperta dell’errore e si prestano soprattutto alle esercitazioni, ma poco possono fare, per esempio, per lo sviluppo delle competenze di espressione orale e scritta… Nella didattica laboratoriale i compiti si presentano sotto forma di sfide da risolvere, di prodotti da realizzare, di giochi didattici e tanto altro come, in verità, già si fa in molte scuola in particolare del primo ciclo. Ci sono per altro molte esperienze didattiche innovative, come la “Scuola senza zaino” di Marco Orsi, in cui gli spazi sono attrezzati modularmente, con la collaborazione dei genitori, con la presenza di angoli per riunirsi, tavoli componibili, in cui le attività sono diversificate, i materiali prodotti dai docenti e dai bambini, che agiscono in autonomia. Una didattica erede del metodo Montessori che prevede lo svolgimento di attività didattiche esclusivamente in classe, ma i cui presupposti sono estremamente diversi da quelli della scuola tradizionale e richiedono una forte motivazione dei docenti e una solida formazione.
In definitiva: nella scuola come la conosciamo potrebbero senz’altro essere migliorati l’aspetto formativo dei compiti attraverso una scelta significativa e mirata per gruppi di livello, senza dimenticare il momento della correzione e dell’autocorrezione. Eliminarli senza cambiare i presupposti didattici da cui scaturiscono mi pare rischioso: cosa faranno gli studenti alle superiori o all’università? E coloro che hanno difficoltà di concentrazione e di attenzione? Li liberiamo del tutto dalla necessità di focalizzarsi su di un obiettivo? Per non parlare degli effetti sull’apprendimento dei lunghi tempi di vacanza, tornati dai quali una buona parte di ciò che si era appreso è svanita… come per le lingue, per lo sport o la pratica di uno strumento: quando ci si ferma si tende a regredire e a dimenticare e si riacquista difficilmente senza esercizio.
E allora? Vada per il riposo, ma se intervallato da un po’ di applicazione meglio, perché non è detto che il tempo dedicato ai compiti sia sottratto alle alternative “sane” che prefigura il ministro… cellulari, chat, play station, computer, video e filmati demenziali o centri commerciali rischiano, ahimè, di non trovare più nessun argine, a danno in particolare dei ragazzi più sfavoriti.