Il diritto per la comprensione dei processi storici e sociali

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Prendo le mosse dall’antico monito di Giambattista Vico che invitava ad individuare e a capire la “natura delle cose” a partire dal loro “nascimento”. Il richiamo al grande filosofo napoletano mi consente, peraltro, anche di sottolineare come il mio particolare modo d’esser filosofo (che spesso s’intreccia con un particolare modo d’essere storico e critico della cultura, dei concetti e delle idee) trova proprio nel diritto una chiave di accesso privilegiata alla comprensione dei processi storici e sociali. Vico, infatti, geniale scopritore della centralità gnoseologica del nesso verum/factum, quando deve passare dal livello di indagine metafisica e ontologica delle relazioni tra finito e infinito, ideale e reale, unità e molteplicità a quello della civilizzazione umana, invita proprio a guardare e ad indagare il mondo del diritto e della storia. Insomma, è proprio nel campo del diritto, nei processi di costituzione dell’autorità della legge e del potere politico, che quei nessi tra ragione e fatto, vero e certo, diritto naturale e diritto positivo, prima colti soltanto nella fondazione metafisica della mente divina e in quella gnoseologica e scientifica della mente umana, trovano la loro verifica storico-empirica. Questo non significa trascurare ciò che proprio i grandi filosofi (si pensi a Hegel) hanno a più riprese sostenuto e cioè che l’atto ingiusto si configura innanzitutto come violenza contro l’esistenza della mia libertà, la quale non può essere rimossa se non con un atto speculare di violenza riparatrice del torto. Ma non dovrebbe mai scomparire dall’orizzonte invalicabile di questa inevitabile dialettica colpa/pena il monito del vecchio Platone che giudicava indegne d’esser chiamate leggi quelle norme statuite al di fuori dell’interesse comune della città. E quando queste non-leggi dovessero prevalere, privilegiando l’interesse solo di alcuni, questi diverrebbero uomini di parte e non già cittadini. Nell’idea di legge, dunque, sono destinati necessariamente a convivere la certezza per il cittadino di una vita ordinata e tranquilla, ma anche la fiducia in istituti che debbono garantire la inviolabilità dei suoi diritti. Devono, cioè, procedere di pari passo la sicurezza del cittadino e l’esistenza di un alto grado di libertà civile e di rispetto per l’altro uomo. Il tutto, naturalmente, sempre da inquadrare in quel grande principio della modernità politica e giuridica della divisione ed autonomia del potere giudiziario rispetto a quello legislativo ed esecutivo.
Ciò che un filosofo può, in tono sommesso e tuttavia con pieno convincimento, non certo suggerire o prescrivere, ma solo affidare alla riflessione critica dell’operatore della giustizia, sia esso accusatore o difensore, sia esso giudice o avvocato, è la necessaria capacità di commisurarsi all’idea di limite, limite nell’uso della ragione, limite nel rapporto con l’altro diverso e straniero, limite nel rapporto col mondo dell’uomo e della natura, limite nell’uso della scienza e della tecnologia. Uno dei più grandi pensatori europei Emanuele Kant scrisse in una delle sue opere, la Metafisica dei costumi, queste frasi: «Se la giustizia scompare, non ha più alcun valore che vivano uomini sulla terra (…) Qualunque azione è conforme al diritto quando per mezzo di essa la libertà dell’arbitrio di ognuno può coesistere con la libertà di ogni altro secondo una legge universale». Questo testo è una parte di un mio intervento che terrò domani (oggi per chi legge) agli studenti del liceo “Alfano I” di Salerno.