Il dono dello Spirito contro la babele global

La liturgia della Parola di domenica 31 maggio 2020

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Per gli Ebrei la Pentecoste è la festa della mietitura e del raccolto; ricorda l’alleanza ricevuta da Mosè e la Torah donata al popolo. Per i cristiani è la festa della nascita della chiesa. Nei 73 libri della Bibbia si parla dello Spirito ricorrendo a delle immagini. Negli Atti è descritta come esperienza di vento impetuoso, simbolo e metafora utilizzati nel libro della Genesi richiamando l’alleanza sul Sinai o l’episodio della Torre di Babele. Gesù lo rivela come Dio presente attraverso il fuoco, come si legge nella prima lettura in riferimento al roveto, e nella Parola, come ricorda la seconda nel rapporto vicendevole di carità che genera gioia, pace, mitezza benevolenza, doni e carismi. Il vangelo conferma la straordinaria unità tra Risurrezione e il primo dono ai credenti: lo Spirito Santo, novità che consolida la Chiesa come comunità capace di relazionarsi ed essere unita.
Lo Spirito Santo è sceso sui cristiani per conglobare in unità divina e in mutuo amore la Chiesa. Lontano dallo Spirito di Dio, il peccato rende l’amore assente dalla terra. Con Gesù tutto cambia: comincia una umanità nuova. La Pentecoste diventa per gli apostoli impegno coraggioso ad annunziare il Risorto non temendo di donare la vita per Lui. L’amore di Dio così viene sparso nei cuori di fratelli che credono e mettono tutto in comune, segno di un cuore nuovo, simile a quello di Gesù. Quindi la Pentecoste è radicata speranza per dialogare, comprendersi, collaborare progettando insieme.
Nel breve passo del Vangelo protagonista è una comunità che vive a porte chiuse per la paura che l’ha paralizza, immagine della chiesa ripiegata su di sé, quindi malata, quella che papa Francesco non vuole ed intende riformare. Lo Spirito arma e disarma gli Apostoli; inebriati di gioioso coraggio, spalancano le porte di edifici chiusi per il grande annunzio: la Chiesa non è più arroccata sulle difensive. È così anche oggi pur se minata da indifferenza e risentimenti?
Non è possibile dimenticare che «Del tuo Spirito, Signore, è piena la terra», come recita il Salmo? È lo Spirito che consacra la diversità dei carismi per rendere bella la vita grazie ad una diversità creativa. Cristo è in noi e pone riparo alla Babele (Gen 11,1-9) dell’orgoglio umano che pensa di poter fare a meno di Dio.
Si ritiene di costruire insieme, invece ci si accorge di lavorare l’uno contro l’altro sbagliando prospettiva. Il progresso della scienza e della tecnica dà la sensazione di poter dominare la natura, quindi diventa obsoleto pregare il Creatore, intanto ci si accorge che la globalizzazione si sta trasformando in una Babele di diffidenza, sospetto, timore reciproco. Per porre riparo a questa prospettiva occorre accettare il dono dello Spirito e la contrapposizione tra Babele e Pentecoste descrive bene l’attuale situazione.
Il Respiro di Dio non sopporta rigidi schemi. La liturgia della Parola lo dimostra enumerando i quattro modi di venire dello Spirito Santo. Questa presenza che consola è leggera come l’alito del Risorto, energia che genera coraggio e fa aprire al mondo per iniziare la missione. Sono le conseguenze della sua presenza in una comunità di sfiduciati, rifugiatisi in un ambiente dove, a porte chiuse, trascorrere la notte perché si ha paura. Ma, pur barcollanti per l’angoscia, gli apostoli ricevono lo Spirito, fiamma che riaccende le loro vite, vento che dilaga nel loro animo e cambia le prospettive future.
Oggi siamo invitati a far festa riconoscenti per lo stupendo sorriso di Dio, che continua a guardare l’umanità per farla uscire dalla condizione triste e asciugare definitivamente le lacrime conferendo il coraggio di vivere, riscaldando col raggio di luce che porta sollievo, assicura riposo, procede a riparare confortando. Di ciò occorre disporre per una feconda ripartenza dopo i giorni della pandemia perché lo Spirito è il vero medico capace di sanare. Padre dei poveri, sostenitore dei lavoratori e delle lavoratrici, generoso elargitore di doni che illuminano i cuori e danno la perfetta consolazione dell’anima, egli assicura un dolce sollievo nella fatica, il meritato riposo nel pellegrinaggio verso il Padre, nell’arsura della solitudine prezioso riparo, sicuro conforto nel pianto perché aiuta a vincere l’aridità della vita, guarisce ogni male, piega ogni rigido ostacolo, drizza l’esistenza di chi è sviato. È oggi la preghiera della comunità proclamando l’antichissimo inno durante la liturgia per sollecitare il premio della gioia eterna.