Il fantasma della Città

È riapparso oggi in edicola il quotidiano di Salerno e provincia. La riproposizione della testata senza i giornalisti e i poligrafici che ne hanno determinato il successo e la leadership appare un furto di identità compiuto con alchimie societarie sulle quali sarebbe opportuno aprire subito una indagine giudiziaria

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Torna oggi in edicola “la Città”, quotidiano di Salerno e provincia, dopo le procedure di liquidazione avviate dalla società editrice che l’ha gestito negli ultimi due anni e la messa in cassa integrazione di tutti i giornalisti e poligrafici, di cui la maggior parte vi lavorava fin dalla fondazione. Sembra così giunta all’epilogo una vicenda surreale che, di fatto, svuota lo storico quotidiano delle sue prerogative e delle sue migliori energie, messe da parte con arrogante cinismo e in violazione di tutte le regole. La conservazione della testata appare pertanto un vero e proprio furto di identità compiuto con alchimie societarie equivoche e spregiudicate, sulle quali sarebbe opportuno aprire una immediata e approfondita indagine giudiziaria.

Giornalisti e poligrafici del quotidiano “la Città” in una foto del 2016 con Stefano Tamburini, l’ultimo direttore della gestione ventennale del Gruppo l’Espresso

La testata di un giornale è un marchio al quale la legge riconosce l’originalità, cioè un carattere univoco e distintivo. In una parola, è il simbolo di un’identità, condivisa da una comunità che si affida a quei fogli, venduti più o meno al costo di un caffè corretto. La Repubblica, il Corriere della Sera, la Città, Il Mattino non sono semplici etichette, ma emblemi storico-ideologici e culturali, che consentono di individuare e distinguere un prodotto (e i suoi autori) tra tutti gli altri dello stesso genere. Si tratta di beni parlanti, che consegnano ai lettori il risultato di un’attività musiva coordinata da una determinata visione del mondo. Pertanto il nome di un quotidiano non è un semplice ideogramma legato a un segno grafico o a un valore fonetico: è invece la sintesi pregnante di un’idea originaria trasfusa in una storia democratica per definizione, perché elaborata e scritta in gruppo, rivolta a tutti e concepita (al netto delle degenerazioni deformanti) per tutti. Esiste quindi un legame invisibile e profondo tra il titolo di un giornale, la sua origine e la sua vita vissuta. È per questo motivo che la legge impedisce il prelievo violento di una testata e la sua trasmutazione in una realtà diversa, che del nucleo originario non preserva né il valore fondativo né l’evoluzione specifica e pertinente. Se e quando ciò accade, si è di fronte a una vera e propria adulterazione.
Si dà il caso che il nostro tempo, connotato dalla zona grigia delle incompetenze manifeste, riservi scenari in cui storie, marchi e radici sono spesso inghiottiti dalla bulimica voracità di predoni imprenditoriali, sospinti dalla più disarmante e insulsa determinazione. E questi scenari inquinano i prodotti delle idee e dell’ingegno, qual era “la Città”, con le scorie del rozzo analfabetismo in cui parte del nostro sistema economico si è involuto. Un sistema ottuso e autoreferenziale, al punto di considerare possibile il controllo gestionale di un organo di informazione, per compiacere il potere di apparati politici agonizzanti in cambio di vantaggi posizionali e strategici.
Oggi in edicola i lettori non troveranno il quotidiano che ho fondato ventitré anni fa e che il Gruppo l’Espresso ha gestito fino al 30 ottobre 2016. Di quel giornale resta solo un corpo senz’anima, una mera, avvilente imitazione. Pertanto, chi dovesse leggere questa “nuova” Città non potrà che accorgersi di come, dopo un quarto di secolo, sia stato azzerato un laboratorio democratico, annegandolo nella palude di un mesto declino. Se i giudici saranno chiamati a valutare la legittimità di questa operazione, i lettori prim’ancora potranno e dovranno sancirne la perduta credibilità.