Il linguaggio della svastica

A Melegnano, nel Milanese, sotto casa di una coppia italiana che ha adottato dal 2016 un ragazzo senegalese di nome Bakary (che oggi ha ventuno anni), è stata scritta una frase in milanese “Ammazza al negar” (Ammazza il negro) con l'inconfondibile tragico segno che evoca il nazismo

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Il caso di Melegnano, nel Milanese, sembra l’ulteriore, orrido, specchio di un paese alla deriva, che sembra aver smarrito i suoi valori-base. Sotto casa di una coppia italiana che ha adottato dal 2016 un ragazzo senegalese di nome Bakary (che oggi ha ventuno anni) è stata scritta una frase in milanese “Ammazza al negar” (Ammazza il negro) con tanto di svastica apposta a mo’ di firma. Un signum che certifica il significato politico e ideologico di quella frase, ne contestualizza la portata, ne amplifica il contenuto e lo consegna alla storia ambigua di questo nostro tempo.
La frase e la svastica rendono quel messaggio inequivocabile e senza dubbi di sorta: corrisponde ad un lessico razzista e intollerante, fanatico e delirante. La svastica non è un segno qualsiasi, infatti, si è caricata di un messaggio preciso con Hitler e il partito nazista. Nel mondo occidentale, infatti, ha smesso di avere il suo originario significato religioso, non ha più un’accezione augurale o simil-augurale, né ha mantenuto il suo contenuto sanscrito di benessere, successo e prosperità. L’Occidente ha fagocitato la sua essenza migliore, facendolo diventare un segno lugubre, intriso di sangue, che gronda dolore, minaccioso nei suoi tratti uncinanti, asciutto e secco nell’idea di terrore e di abbrutimento che la sua scarna grafica richiama. Chi lo usa può essere sia un negligente e superficiale ragazzotto che un dogmatico e consapevole militante dell’estrema destra europea. Se ne vedono in giro di babbasoni con le magliette marchiate con lo stemma della morte e del Male da arrecare agli altri, li vedi bardati di una fierezza smisurata, inclini all’ubbidienza verso il più grande o verso quello che sa qualcosa più di loro. Sono gerarchizzati nel cervello, nei modi di fare, pronti all’azione e all’obbedienza cieca, militarizzati e, per questo, ligi al rigore del comando, molto ligi. Li senti bofonchiare che Lui, il padre putativo della svastica, colui che l’ha rimessa in gioco sotto mentite spoglie, aveva ragione a eliminare gli Ebrei, e, con essi, i negri, gli uni e gli altri maledetti da Dio. Sono inorridito a scrivere queste parole e mi assale una rabbia profonda, un’intolleranza verso gli intolleranti, che condannerei ad essere negri o ebrei per un giorno, per far provare loro, sulla pelle, l’infamia di essere considerati infami. E sono raccapricciato dalle parole di Salvini che ha sostenuto di comprendere cosa abbia provato la famiglia che ha adottato Bakary ma l’ha invitata a comprendere le richieste di sicurezza che provengono dalla società. Come se ci fosse un legame stretto tra il richiedere sicurezza e l’essere nazisti ed usare la svastica. Ci saremmo aspettati una parola di condanna, una sola. Ma può mai il capo culturale dell’ostracismo e dell’intolleranza mettere un fiore nel suo cannone, giusto per parafrasare uno slogan degli anni Sessanta? Può mai pensare “pacifista” e bacchettare i nazifascisti guerrafondai del XXI secolo? Può mai tacere quando accade un fatto del genere che gli offre la sponda per parlare al suo elettorato, proteggendolo col silenzio o con la sua richiesta di far comprendere l’esigenza di sicurezza che viene dalla società? Chi usa la svastica costruisce giorno dopo giorno la tomba dell’amore (ancora per parafrasare i Giganti, quelli dei fiori nei cannoni) e lì dentro vuole veder morire i nobili sentimenti, l’empatia, l’amore per il prossimo, il rispetto per le minoranze. Abbiamo il dovere di farli tacere, e anche il diritto a farlo, prima che sia troppo tardi, prima che tutto divenga “normale”. Temo molto la normalità del razzismo e la normalità nell’uso di quella svastica, che, invece, m’inquieta molto e ancor più m’indigna. E lo dirò sempre con forza.