Stiamo assistendo a un attacco contro la stampa, alimentato da una becera retorica populista, dai toni accesi, e da affermazioni che rischiano di produrre effetti nefasti che si diramano anche sul giornalismo culturale e quello della comunicazione dell’arte contemporanea e della storia dell’arte. Il 16 agosto 2018, Helen Stoila, direttrice di The Art Newspaper, ha affrontato tale tematica, sottolineando il pericolo legato a questa distorsione comunicativa, col serio rischio di minare il nostro rapporto con le opere d’arte. Infatti, per la storia dell’arte in particolare, scrivere e descrivere, per esempio, una Madonna col Bambino, del Rinascimento, o una Pietà del Seicento, non è mai un’operazione neutrale. Anzi chi pensa che la cultura artistica, ma non solo, sia “neutrale” rispetto alla realtà politica dell’epoca in cui un’opera fu creata, o anche rispetto alla nostra realtà attuale, si sbaglia clamorosamente. Se prima non ci immergiamo nel contesto storico-politico, culturale, ideologico-religioso del tempo in cui un’opera d’arte è stata realizzata, e la personalità del suo artefice, non saremo mai in grado di comprenderne i significati, spesso variegati e complessi, i messaggi comunicativi che porta sempre con sé. Capire le opere d’arte è un’operazione complessa. Richiede una preparazione storica, politica, letteraria, religiosa, anche teologica, senza la quale è impossibile parlare e scrivere d’arte. L’opera d’arte è, sempre, un atto politico “a favore” o “contro” il potere. È in grado di «turbare i calcoli dei tiranni, dei conservatori e di tutti i loro accoliti», come già scrisse, nel 1852, Walt Whitman al senatore John Parker Hale, riferendosi alla situazione politica della città di New York in quel momento. Il politico, che oggi sorride nel pensare spavaldamente che la cultura e le arti siano “neutrali”, perché non “portano voti”, e che parla di arte come mera “bellezza” e non come atto culturale e politico, non si accorge della propria ignoranza, al punto tale che non possiede nemmeno la consapevolezza del senso della sua stessa esistenza umana. Quando nel 2005 l’immagine del gruppo scultoreo in legno, scolpito e dipinto, della Pietà di Giacomo Colombo, conservato nella Collegiata di Eboli e realizzato a Napoli tra il 1696 e il 1703, finì sulla copertina della rivista culturale ItalyVision, a tiratura nazionale, ci fu un momento di stupore anche per gli stessi ebolitani. Alcuni addirittura, in quella occasione, conobbero per la prima volta l’opera e solo perché l’avevano vista esposta in edicola. L’allora parroco della Collegiata, don Lazzaro Benincasa, rimase sorpreso nel vedere la pubblicità della rivista sul quotidiano Avvenire, con l’immagine dell’opera d’arte conservata nella chiesa da secoli. Il Colombo diede corpo e forma scultorea a un messaggio che allo stesso tempo era, ed è, religioso. Ma per comprendere l’opera in maniera adeguata bisogna far riferimento alla storia culturale e politica e all’ideologia e alla retorica delle immagini dell’età tardo barocca. Infatti, si tratta di un’opera che è stata finora solo parzialmente studiata, e sempre in via generica, ma che necessita di ulteriori e specifiche analisi, di rinnovate letture iconografiche, iconologiche e storico-stilistiche. E tuttavia i politici che l’hanno guardata si sono soffermati spesso solo a un generico interesse, stucchevolmente banale, legato all’oggetto, fumosamente definito «bello e interessante», ma senza aggiungere altro. Non un cenno ai valori e alla conoscenza storica di questo bene culturale così importante. Eppure, si tratta dell’opera d’arte mobile più importante presente a Eboli, la cui fama si estende a livello europeo, soprattutto in Spagna dove vi è una seconda Pietà attribuita alla mano del medesimo artista. Si perde così il ruolo stesso del bene culturale come portatore di valori di civiltà e di cultura e lo si svaluta da ogni punto di vista. Ma lasciando il caso ebolitano, in generale ci vorrebbe un corso intensivo di storia dell’arte per far comprendere ai politici l’importanza del patrimonio culturale. Sul patrimonio culturale italiano si dice di tutto e di più, da anni ormai sentiamo sempre la solita litania di false promesse, ma non vedo una reale e concreta volontà vera di conoscerlo, di tutelarlo, di conservarlo e di valorizzarlo. A questo punto viene naturale chiedersi se le opere d’arte e la loro conservazione e tutela fanno parte del mondo della politica, se davvero si vuole attuare quanto previsto dall’Art. 9 della Costituzione repubblicana. Rientrano nella programmazione politica italiana di città e paesi? Oltre alle soprintendenze che agiscono sul piano scientifico-giuridico, a chi affidare la programmazione politica dei beni culturali? Si dirà, con aria sufficiente di saccenza: ai politici. Per carità! La «cultura non porta voti». Loro hanno ben altro a cui pensare. Ovviamente…ma sempre per il bene pubblico.