Il Maresciallo Rosso, il partigiano che salvò Pertini e Saragat

Giuseppe "Peppino" Gracceva, che visse a Salerno per molti anni nel Dopoguerra, fu comandante militare delle Brigate Matteotti a Roma: fu lui a fare evadere da Regina Coeli i due futuri Presidenti della Repubblica

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Il partigiano che il 24 gennaio del 1944 sottrasse, con un’azione da manuale, due futuri Presidenti della Repubblica alle mitragliette MP40 delle SS ha vissuto a lungo a Salerno, imprenditore nel settore dei prodotti petroliferi in società con i figli, i quali rimasero a vivere in città quando egli, ormai stanco, si ritirò a vita privata tornando a Roma, dove era nato. All’anagrafe della Capitale era stato registrato, il 13 febbraio 1906, come Giuseppe Gracceva, primo dei sette figli di Demetrio Gracceva, di origini russe, e Augusta Galieti. Ma nella storia della Guerra di Liberazione dal nazifascismo ci sarebbe entrato con un nome leggendario: il Maresciallo Rosso. Peppino Gracceva non nasce politicamente socialista. Nel ’25 il suo nome entra nel Casellario politico centrale come attivista comunista: viene arrestato perché sorpreso a distribuire materiale propagandistico. Scarcerato, viene di nuovo arrestato nel ‘37 e condannato a 5 anni per attività sovversiva. E’ detenuto a Civitavecchia quando, nel ’39, lo raggiunge la notizia dell’accordo Molotov-von Ribentropp; come molti altri detenuti comunisti, abiura l’originaria fede e si lega ai socialisti. Gracceva, che ha usufruito di un indulto nel ’40, diventa il Maresciallo Rosso tra l’8 settembre 1943 e il 4 giugno 1944, quando assume il ruolo di comandante militare delle Brigate Matteotti a Roma e nel Lazio. E’ in quella veste che, su sollecitazione della struttura clandestina del Partito socialista, in quei mesi Psiup per la fusione tra il vecchio partito di Turati e Matteotti e il Mup di Lelio Basso, coordina l’azione militare che conduce all’evasione dal braccio della morte di Regina Coeli di Sandro Pertini e Giuseppe Saragat. Due capi del socialismo italiano che Herbert Kappler aveva condannato al plotone di esecuzione. Su quella evasione si racconta un aneddoto che un po’ addolcisce la drammaticità dell’azione. Sembra – o per lo meno Pertini l’ha sempre narrata così – che l’ordine dato da Pietro Nenni a Giuliano Vassalli, responsabile politico delle Brigate Matteotti dal quale dipendeva gerarchicamente Gracceva, fosse quello di liberare a tutti i costi Saragat, “perché poco abituato ai rigori del carcere”. A differenza di Pertini che, invece, qualche anno prima aveva addirittura scritto una lettera sdegnata alla madre perché si era permessa di chiedere a Mussolini la grazia per il figlio. In realtà, Vassalli e Gracceva avevano avuto l’ordine, durante una riunione clandestina nell’abitazione del medico del carcere, Alfredo Monaco, presente Nenni, di liberare entrambi i leader, insieme agli altri prigionieri che erano nel braccio della morte, tutti socialisti: Luigi Andreoni, Luigi Allori, Carlo Bracco, Ulisse Ducci e Torquato Lunedei. Il blitz fu possibile grazie alla fabbricazione artigianale di un falso ordine di scarcerazione: con Vassalli e Massimo Severo Giannini, che partecipò all’operazione (entrambi erano stati fino all’8 settembre ufficiali al Tribunale militare di Roma e, prima di smobilitare, si erano appropriati di timbri e moduli), collaborò anche Filippo Lupis, un giovane avvocato socialista. E lo stesso Monaco, che utilizzò un agente fidato, di nome Schlitzer per recapitare al direttore del carcere i falsi ordini di scarcerazione. Un ruolo importante lo ebbe la moglie di Monaco, Marcella, incaricata di portare i fuggitivi in un luogo sicuro. Ma decisivo si rivelò, nella dinamica dell’evasione, l’invidiabile sangue freddo del Maresciallo Rosso. Fu lui a prelevare i detenuti; e fu sempre lui ad accompagnare Saragat e Pertini al nascondiglio preparato dalla Monaco, sfidando le ronde delle SS che presidiavano strade e piazze di Roma.

A gennaio del 1944 Peppino Gracceva si era già guadagnato la meritata fama di abile capo militare perché il 10 settembre del ’43 era stato tra i protagonisti degli scontri di Porta San Paolo. E, meno di un mese dopo la liberazione di Pertini e Saragat, avrà un ruolo di coordinamento in una delle più spericolate azioni militari della Resistenza romana: l’esplosione di un treno carico di munizioni alla stazione Ostiense. E’ in quella circostanza che conosce la spia americana Peter Tompkins, agente dell’Oss con il quale collaborerà in diverse operazioni di intelligence tra le linee nemiche. Durante una di queste sortite, nella primavera del ’44, durante un conflitto a fuoco viene attinto a un polmone da un proiettile nazista. Benché ferito, per sfuggire alla cattura si lancia dal secondo piano di un palazzo, fratturandosi anche un braccio. Sono i coniugi Monaco a prendersi cura di lui, ospitandolo in casa: Alfredo lo opera sul tavolo della cucina, estraendogli il proiettile. Quando, qualche giorno dopo, le SS individuano il nascondiglio, circondano il caseggiato. Il Maresciallo Rosso, ancora convalescente, prega la Monaco di finirlo con un colpo di pistola per non cadere in mano ai nemici, ma la donna ovviamente si rifiuta. Catturato, si fa 46 giorni di detenzione nel grand hotel dell’orrore di via Tasso, sede del quartier generale di Kappler e luogo dove i prigionieri venivano sottoposti a ogni genere di sevizie. Gracceva viene interrogato e torturato per 12-13 ore al giorno, ma tiene la bocca chiusa, consentendo a Vassalli, a Eugenio Colorni (a maggio vigliaccamente assassinato in un agguato dai sicari della banda Koch) e agli altri membri della Resistenza socialista di riorganizzare le Brigate Matteotti. Scampa alla morte per caso: quando, la notte del 4 giugno, i tedeschi sono costretti a lasciare Roma trascinandosi sui loro camion i prigionieri di via Tasso, il Maresciallo Rosso capita su un mezzo che viene abbandonato dai nazisti per le vie della Capitale dopo un assalto dei Gap. Su un altro camion saliranno il sindacalista socialista Bruno Buozzi e gli altri esponenti della Resistenza romana, poi trucidati a La Storta in uno dei più odiosi eccidi nazisti. Dopo la Liberazione di Roma, risalirà la Penisola insieme a Pertini, assumendo un ruolo di coordinamento tra il “centro interno” del Psiup e le brigate partigiane. Torna a Roma a maggio del ‘45: dal suo archivio, custodito per oltre 40 anni dal figlio Bruno a Salerno, emergono tracce e testimonianze di primissima mano di una sua partecipazione attiva al processo di ricostruzione del Partito socialista nei primissimi anni del Dopoguerra. Le carte hanno avuto una prima inventariazione, in attesa di confluire in un volume biografico che vedrà la luce entro la fine di quest’anno.

Tra il settembre ’45 e maggio del ‘46 fa parte, in quota Psiup, della Consulta Nazionale, l’organismo parlamentare provvisorio presieduto da Carlo Sforza che spiana la strada alle elezioni per la Costituente. Sarà, quello, anche l’unico incarico pubblico che avrà. Gracceva, che nel giugno ’46 fa parte della delegazione che incontra al Quirinale Umberto II invitandolo ad accettare l’esito del referendum, resterà militante socialista, dedicandosi alle commissioni incaricate del riconoscimento dello status di partigiano e all’Anpi. Sarà lui a vergare e firmare la motivazione con cui viene assegnata la medaglia d’oro a Sandro Pertini (e il futuro Capo dello Stato lo ringrazierà con una lettera). Per sé, invece, il Maresciallo Rosso vorrà solo quella d’argento. In una delle commissioni per il riconoscimento dello status di combattente nella Guerra di Liberazione, l’incontro, che segnerà l’ultima parte della sua vita, con Enrico Mattei. I due diventano molto amici, e quando l’ex partigiano bianco diventa il signor Eni, chiama Gracceva a guidare il compartimento meridionale del colosso petrolifero di Stato. Anziché a Napoli, il Maresciallo Rosso si stabilisce, con tutta la famiglia, a Salerno. Sarà un’esperienza, umana e imprenditoriale, molto importante, che si interrompe bruscamente la notte di Bescapé, il 27 ottobre 1962. Il giorno dopo la tragica morte di Mattei, Gracceva si dimette dall’Eni, intravedendo ombre poco rassicuranti dietro quell’incidente aereo. Rimarrà a Salerno ancora una decina d’anni, dedicandosi all’azienda di prodotti petroliferi. Torna a Roma a metà degli anni Settanta. La morte lo coglie la notte tra il 26 e il 27 settembre 1978. Solo due mesi e mezzo prima il vecchio amico e compagno di una vita, Sandro Pertini, era stato eletto, al sedicesimo scrutinio, Capo dello Stato. E’ in quella veste che il Presidente partigiano, accompagnato dai corazzieri in alta uniforme, andrà a rendere l’estremo saluto al Maresciallo Rosso.