Tra il 1527, anno del Sacco di Roma, e il novembre del 1530 si svolse l’ultima fase della vicenda umana e della carriera pittorica di Andrea Sabatini, operante tra Salerno, Napoli, Montecassino e Gaeta. Fu il maggior interprete del raffaellismo nell’Italia meridionale, come ben sappiamo. Sempre nel 1527 arrivò da Roma a Napoli il pittore Polidoro Caldara da Caravaggio. In quel momento Andrea Sabatini stava lavorando nella chiesa di Santa Maria delle Grazie a Caponapoli. Polidoro ebbe modo di collaborare con l’artista salernitano nella già menzionata chiesa napoletana. Poi si trasferì a Messina. Questo ricordo è importante. Sottolinea l’apertura di Sabatini a collaborazioni con altri artisti. Negli ultimi anni della sua attività il pittore salernitano aveva costituito un’interessante officina pittorica, una rinomata bottega, con stretti collaboratori con i quali diede vita a diverse opere che, proprio per questo motivo, presentano a volte difficoltà di lettura stilistica, con interessanti ibridismi che ci offrono una lettura non semplice della cultura visiva di questo importante artefice della “maniera moderna”. Si annoverano, così, ricordi legati a imprese pittoriche che videro, accanto ad Andrea, pittori come Severo Ierace, cognato del Sabatini, e il più giovane Giovan Filippo Criscuolo. Proprio la presenza di quest’ultimo è, ad esempio, rintracciabile nella figura di un Sant’Andrea, oggi conservato a Capodimonte, datato 1529, che è un significativo prodotto della bottega sabatiniana, come pure è da ricordare il Giudizio Universale e Santi monaci benedettini dipinti ad affresco nel cimitero dei monaci nell’Abbazia di Cava de’Tirreni, altro prodotto della medesima bottega. Come ci informa Pierluigi Leone de Castris, nel 1529 Andrea da Salerno, a Montecassino, riunì «pittori a lui vicini che già negli anni appena precedenti avevano con lui collaborato nel cantiere napoletano di Santa Maria delle Grazie a Caponapoli». Parliamo cioè proprio di Ierace e di Criscuolo. Sappiamo che Andrea Sabatini da Salerno nel novembre del 1530, infermo e morente, fece testamento, a Gaeta in casa di Lorenzo Brancaleone, capo del clero della chiesa e dell’ospedale dell’Annunziata. E proprio per la chiesa dell’Annunziata a Gaeta il pittore, con i suoi stretti collaboratori, realizzò un’imponente “macchina” dipinta, posta alle spalle dell’altare maggiore. Si tratta di un monumentale polittico a due registri, di cm.900 x 407, un dipinto a olio su tavola con una ricchissima e significativa cornice intagliata e indorata. L’impianto del polittico, con la splendida cornice, è in tutto simile a quello progettato in un disegno dello stesso Andrea da Salerno, raffigurante una Madonna con Bambino e Santi, tuttora conservato a Parigi, al Museo del Louvre, Dipartimento delle Arti Grafiche. La straordinaria cornice lignea dorata del polittico di Gaeta reca in basso, in entrambi i lati della predella, cioè della base, due stemmi intagliati a bassorilievo. Si riferiscono al committente dell’opera d’arte: il primicerio della cattedrale di Gaeta, don Giuliano Coloyna (o Calogna). L’opera appartiene dunque alla bottega del celebre Maestro salernitano che sicuramente vi ha lavorato personalmente, insieme all’allievo Criscuolo e forse anche al cognato Ierace. Fin dal Seicento, come ci riferisce Pierluigi Leone de Castris, le fonti indicano quale autore Andrea da Salerno. Riccardo Naldi ritiene che l’opera fu realizzata prima del 1525, anno in cui fu consacrata la chiesa dell’Annunziata a Gaeta. La predella presenta tre scene: la Natività, a sinistra; il Volto Santo sorretto da angeli al centro; l’Adorazione dei Magi a destra. Nel registro principale, al centro del polittico, vi è raffigurata una significativa Annunciazione, che è la trasposizione pittorica di una miniatura di Matteo da Terranova, appartenente all’Antifonario HH nella Biblioteca dell’Abbazia di Montecassino. Essa è affiancata a sinistra da San Giovanni Battista e a destra da San Pietro Apostolo. In alto, nel registro superiore, vi è al centro un pannello con la Morte e Assunzione della Vergine Maria, affiancata da Sant’Ambrogio, a sinistra, e da San Girolamo, a destra. Nell’elegantissimo intaglio della cornice, che già da sola è una pregevolissima opera d’arte, avvertiamo tutta la lezione decorativa di un impianto architettonico, con racemi, girali fitomorfici e grottesche, che sottolinea pienamente il clima culturale rinascimentale, con il recupero di un repertorio ornamentale fortemente classicheggiante, che ben si sposa con le tavole dipinte che, come gioielli preziosi, le incastona e le unisce indissolubilmente.