Il rifugio
Fra le gambe del nonno.
Era lì che si metteva Allegra ogni notte.
Le gambe del nonno erano il suo comodo rifugio.
Una sensazione di piacere riprovata molti anni dopo tra le gambe di Paolo.
Lui guardava la Domenica Sportiva, lei si addormentava appagata tra le sue gambe, avvolta da un calore insinuante.
Paolo, come il nonno, la portava alla sua destra.
Senza svegliarla.
Era strana quella ripetizione di gesti in persone che non si erano conosciute.
Il calore
Quel caldo di cui aveva bisogno era una costante.
Se pensava a qualcuno, la prima sensazione che avvertiva era legata al caldo.
Al freddo.
Avrebbe imparato con il tempo a distinguere tra persone avvolgenti e non, e quel suo rifiutarsi agli altri, agli abbracci, alle carezze, era un modo per preservare il suo di calore.
Paolo
Con Paolo si erano fatti male.
Di lui non ricordava niente.
Né l’amore, né il godimento provato, né l’adorazione che lui le portava.
Paolo non l’amava, l’adorava come una divinità pagana, una statua da tenere nella teca e sotto i riflettori.
Da accendere e spegnere a suo piacimento.
Il nonno
Il ricordo del nonno, al contrario, era ancora vivido, tanto da indispettirla.
I pomeriggi trascorsi con lui ad imparare le tabelline.
La  bacchetta ricavata da una vecchia stampella, appoggiata sul tavolo.
“Il dovere prima di tutto”, amava ripetere.
E lei che non ascoltava nessuno, rispettava quell’uomo il cui senso del rigore si stemperava in una dolcezza improvvisa.
Le due famiglie
Aveva due famiglie, quella, di fatto, i nonni e quella lontana, i genitori.
Una cosa che aveva accettato con fatica.
Non stava mai ferma.
Dormire era un supplizio inutile.
Per lei, bambina iperattiva, la sveglia biologica suonava all’alba.
Da quel momento si rigirava tra le lenzuola, fino a quando non avvertiva la voce di qualcuno che come lei aveva abitudini mattutine.
Allora si alzava e consumava la sua colazione di latte fresco.
Quello con lo spesso strato di panna dal sapore pieno.
Dopo si vestiva e andava a scuola, sempre con quell’irrequietezza che la costringeva a parlare, e a interrompere chiunque non le prestasse attenzione.
Ritornando a casa, dopo la scuola, allungava la strada.
Per curiosare.
Il pomeriggio era il momento più divertente.
Barattava con suo nonno la libertà.
L’aveva capito.
Era questo che le interessava.
Studiare in fretta per potere di nuovo uscire, senza mete, per il gusto di conquistare quella boccata di aria, cui, anche da adulta, non sapeva rinunciare.
La sua vertiginosa vita di bambina inquieta, serviva a riempire il vuoto che l’assenza dei genitori le procurava.
Un’assenza colmata da libri, musica, dolci, vestiti.
I genitori arrivavano all’alba.
Le valigie piene di curiosità.
Il volto tirato per la stanchezza e per l’affanno per quella figlia allevata lontano.
Allegra ruzzolava dalle scale.
Non sentiva dolore.
Rapidamente si rialzava.
Sorridente si buttava tra le braccia di suo padre.
Dimentica di quella madre bambina che lei, senza che nessuno glielo avesse insegnato, chiamava “mammina”.
La morte
Poi un giorno suo nonno morì.
La casa fu invasa da un forte profumo di caffè.
Di cioccolata.
Sembrava una festa.
Della morte, quella gelida, non c’era traccia.
Di lì a poco, sarebbe andata a vivere con i suoi genitori.
Congelando il calore.
Assorbendo le loro fredde nevrosi.
Fino a quando non aveva incontrato Paolo.
Gli uomini 
Alla fine del loro rapporto, avrebbe diffidato degli uomini.
Aveva paura che l’asfissiassero.
Non riusciva a dormire tra le loro braccia per paura che volessero svuotarla.
Senza amarla e basta.
Il cimitero
Erano passati gli anni, fino a quando un giorno si recò al cimitero per riesumare la salma del nonno.
Si stupì per il piacere provato nel rivedere il cranio.
Ne riconosceva la forma.
Non si aspettava che quelle ossa, prive di carne, assorbite dal nero del vestito, l’avrebbero consolata.
Riconoscerne il volto, il corpo decomposto dalla memoria, dal tempo, ormai privo della sua compattezza umana, diverso, ma noto nella sua scheletrica identità era stato bello.
Aveva provato un moto d’orgoglio e aveva ammirato il becchino che si apprestava a raccoglierne i mucchietti.
A spazzolarli con delicatezza.
Compiva queste operazioni con maestria, tanto da rendere suo nonno visibile, nonostante fossero passati venti anni dalla morte.
Il becchino incominciò a descriverlo, ricordando quell’uomo dallo sguardo determinato che aveva accompagnato la sua infanzia.
Gli altri lutti.
Le assenze.
Fino a quel momento non ne aveva compreso l’importanza.
Tutto era stato meticolosamente congelato.
L’uomo continuava a parlare.
Allegra rispondeva alle domande.
Le stava dicendo che la soluzione ideale per i morti era di vestirli di chiaro, per evitare che le ossa s’impregnassero di nerofumo.
L’uomo continuava a spazzolare le ossa.
Adesso in maniera maniacale.
Allegra aveva voglia di andare via dal cimitero, un luogo che con il tempo si affollava di corpi che non avrebbe più potuto toccare.
Salutò il becchino e incominciò a pensare a suo nonno e a Paolo.
Il peso dei ricordi
Era la prima volta che ci rifletteva.
Prima, quando viveva tra le braccia di Paolo, assorbendone il calore fastidioso, a tratti, non era riuscita a metterlo a fuoco.
Le era sembrato naturale.
E invece Paolo, lentamente, la raffreddava a differenza di suo nonno.
Una fitta di dolore la trapassò.
Cocente.
Uguale.
Arrivò alla macchina, si sedette al volante e capì che quelle gambe così diverse, adesso, per la prima volta, le mancavano anche se il becchino aveva ristabilito l’ordine nei suoi ricordi, senza distinzione di intensità, restituendole calore.