Alcuni istanti dopo essersi ripreso dalla visione dell’anima del Padre, il Sovrano Mufasa, apparsagli in un cielo di un blu denso su invocazione del saggio Rafiki, il non più cucciolo Simba, destinato da troppi anni a divenire il sovrano della Rupe dei Re, riceve un forte colpo di bastone in testa dallo stesso Rafiki che, prontamente, gli rivolge questa massima: “Non ha importanza (il dolore), ormai è passato… il passato a volte può fare male, ma a mio modo di vedere dal passato puoi scappare, oppure imparare qualcosa”. Se Simba afferra al volo il concetto e lasciandosi indietro le nebbie del suo oscuro e luttuoso passato per riprendersi il potere sottrattogli con l’inganno dal malvagio zio Scar dimostra di aver fatto proprio il passato, non sembra si possa dire lo stesso del regista del Sequel della sua storia, Jon Fraveau, che di recente ha portato nelle sale di tutto il mondo il Suo “The Lion King” con la casa di produzione Walt Disney Pictures. Il regista, con tutta la sua squadra di sceneggiatori, sembra, dal prodotto realizzato, non gradire molto il passato, precisamente quel passato del 1994, anno in cui la Disney, sotto la regia di Roger Allers e Rob Minkoff, regalò quell’immenso capolavoro del Re Leone, ricco di immagini, luci, colori, poesia, significato e suggestione.
Se è vero che Monicelli soleva affermare che il cinema non è arte sacra, bensì applicata all’industria (perché la sua maestria comprendeva l’arte e l’industria stesso), è anche vero che a certe operazioni cinematografiche di dubbia utilità come quella di offrire alla popolazione mondiale remake non di animazione di celebri Kolossal della Disney andrebbero aggiunte un minimo di fedeltà e di studio interpretativo in primis della sceneggiatura. A questo “Re Leone” dei nostri giorni, o per meglio dire della nostra estate, King (realizzato anche con lo stesso identico titolo) manca quasi tutto, o meglio, la parte artistica e non spettacolare che fa del Re Leone originale il capolavoro che è stato e che è.
Favreau, avvalendosi di un brillante cast artistico e di un validissimo disegnatore (mirabili i disegni che restituiscono nei minimi dettagli i particolari scenici e di movimento dei personaggi), mette in scena un remake shot for shot, inquadratura per inquadratura. In parole povere, lo sforzo apprezzabile si è concentrato esclusivamente nel voler ricreare in maniera fedele ed originale la savana e la mimica dei personaggi. Una mimica esclusivamente corporale, dato che l’inespressività dei personaggi leonini è il primo elemento negativo. Come dimenticare lo sguardo serioso ed affascinante di un Mufasa che assumeva un’aurea di notevole austerità con la voce calda e profonda di Vittorio Gassman e che molto spesso faceva da contrasto con lo sguardo di sfida, sornione e ridanciano di Scar doppiato da un bravo Tullio Solenghi? Inespressività, stavolta sonora, che si avverte anche negli animi spenti di canzoni quali Voglio diventar presto un re (I just can’t wait to be king) o Sarò Re, cantata da uno Scar che dà l’impressione di essere stato già sconfitto e non saturo di quel delirio di onnipotenza che già lo acceca.
Se il cast italiano si avvale di celebri ed eccellenti nomi dell’inimitabile scuola di doppiaggio italiano (da Luca Ward a Massimo Popolizio, Edoardo Leo, Stefano Fresi ai cantanti Marco Mengoni ed Elisa nei ruoli di Simba e Nala), quello che lascia perplessi è proprio la staticità di una recitazione inspiegabilmente teatrale che non lascia nulla allo spettatore e, dato ancor più rilevante, lascia irritato lo spettatore cultore, specie dei dialoghi della pellicola del 1994. Sarà forse che, al fine di adattare il film forse ad un pubblico decisamente meno sensibile alla profondità del testo originale, i personaggi del Re Leone nelle sale in questi giorni (ci si augura ancora per poco) sono ridotti ad un clichè di comici sgangherati che palleggiano una battuta già stanca e banale al primo sketch? Senza contare le numerose libertà che la produzione ha imposto, impadronendosi delle peculiarità caratteriali dei protagonisti e stravolgendole: il pappagallo Zazu, fedele consigliere del Re celebre per la sua seriosità , saggezza e compostezza al limite della legnosità, diviene una sorta di “simpaticone” che regala a tutti le sue battute che non provocano alcuna risata; le iene non sembrano essere succubi del loro padrone, Scar, assetato solo ed esclusivamente di potere e non di altro è autore di una totalmente ed improbabile proposta di unione alla vedova di Mufasa, la leonessa Sarabi e, dulcis in fundo, le straordinarie musiche di Lebo M, Tim Rice Elton John (la cui canzone “Can you feel the love tonight” vinse l’Oscar come miglior canzone nel 1995) sono imperdonabilmente inserite con irrispettoso sopruso nell’economia dello svolgersi della vicenda. Un riadattamento veramente oltraggioso per una storia che ha nei meandri della sua creazione un rifacimento dell’Amleto shakespaeariano e che è si prefigge di essere una seria riflessione politica ed antropologica delle gerarchie. Regge, bensì, il confronto comico dei personaggi comici in assoluto, Timon e Pumbaa, coppia comica classica del cinema americano e non, in cui vi è il finto saggio e l’ingenuo buontempone che però, molto spesso, intuisce per primo l’evolversi di una determinata situazione, comica o drammatica.
Tralasciando dunque i dati tecnici che indubitabilmente soddisferanno lo spettatore (come anche la resa esemplare del doppiaggio) cosa rimane di questo remake del Re Leone se non il far leva sulla nostalgia e sui ricordi di infanzia per spingere milioni di persone ad andarsi a guardare questo insipido polpettone? Rimarranno, di certo, le canzoni eseguite egregiamente da validi cantanti quali Marco Mengoni ed Elisa o la resa spettacolare di un mostro sacro del doppiaggio come Luca Ward sulla cui bravura nessuno discute su cui lo stesso Gassman si sarebbe complimentato. Ma se questo film avrà successo sarà esclusivamente perché ha nel suo Dna una storia già immaginata, scritta e felicemente resa da altri che diverte e commuove simultaneamente che è patrimonio dell’immaginario visivo collettivo.