L’elezione del nuovo rettore dell’Università di Salerno (seggi aperti il 24 e il 25 di questo mese) pone un problema non di passato ma di futuro. La storia, infatti, l’ateneo ce l’ha e sono profonde le sue radici, ben salde fin nella memoria medievale. Su quel patrimonio, la contemporaneità ha costruito la rilevante realtà odierna: diciassette dipartimenti, circa 40mila studenti, e un’irrefrenabile vocazione alla crescita, da quando, nel 1969, alla vecchia Facoltà di Magistero, voluta nel 1944 da Giovanni Cuomo, si affiancò la Facoltà di Lettere e Filosofia. Uno sviluppo incessante, sospinto dall’intelligenza e dalla credibilità di rettori autorevoli e di un corpo accademico eccellente. Nel ’70 nacque la Facoltà di Economia, nel ’72 furono fondate le Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali (con i corsi di laurea in Fisica, Informatica e il biennio di Ingegneria) e di Giurisprudenza e, poi, a seguire, nell’83 il corso completo di Ingegneria, nel ’91 Farmacia e il corso di laurea in Scienza della comunicazione, nel ’92 Scienze politiche, nel ’96 Lingua e letteratura straniere, nel 2006 Medicina, che recuperò un passato quasi mitico, quello della Scuola medica salernitana attiva fino al 1811. Dopo la Federico II di Napoli e l’Università di Bari, quello di Salerno è il terzo ateneo dell’Italia meridionale peninsulare.
Tra i nove rettori che si sono avvicendati dal 1969 – da Gabriele De Rosa ad Aurelio Tommasetti, passando per Nicola Cilento, Aristide Savignano, Luigi Amirante, Vincenzo Buonocore, Roberto Racinaro, Giorgio Donsì e Raimondo Pasquino – il più longevo con i suoi dodici anni al timone, in un periodo strategico e decisivo per la crescita e il credito internazionale conquistato dall’Università – è stato Raimondo Pasquino, con il quale appare opportuno fare il punto proprio sull’identità futura che, alla vigilia delle elezioni, l’ateneo tenta di darsi, tra dubbi e recenti delusioni serpeggianti nella comunità accademica e studentesca.

Professor Pasquino, vogliamo tentare di definire l’identikit auspicabile del prossimo rettore?
L’Università di Salerno è chiamata ad esprimere il nome di un rettore che sia capace di affrontare i temi decisivi di governo di una struttura così complessa. È un compito non semplice, perché presuppone la conoscenza profonda di una realtà articolata e composita. Se non si hanno ben presenti il quadro nel quale si opera e la dinamica dei processi, ma ci si limita a sterili dichiarazioni verbali, si finirà per non imprimere uno slancio all’istituzione e si favorirà un’inopportuna delega agli organi amministrativi. L’Università di Salerno contiene al suo interno la specificità di un grande ateneo, direi di una vera Università, per cui non sarà possibile determinarne il futuro – dalla ricerca alla didattica, ai trasferimenti tecnologici complessi e articolati – senza un’ampia visione e un raccordo quotidiano con la ricchezza spesso inespressa del territorio sul quale opera.

 A proposito dei rapporti con il territorio, c’è una data importante nella vita dell’Università: quel tragico 1980, anno del terremoto, quando con una forte sinergia con le comunità e le istituzioni locali e centrali si inaugurò un percorso complicato e impervio che portò all’istituzione di Ingegneria.
Sì, riuscimmo a cogliere, in una tragedia immane, una formidabile occasione di crescita. Nei giorni del sisma, fu chiaro a tutti che l’Università non era preparata ad affrontare i problemi di un terremoto devastante e a farsi carico del tema drammatico della sismicità con riferimento sia alle strutture universitarie che alle altre, pubbliche o private che fossero. Ingegneri e architetti, pur formatisi in una grande Università come quella di Napoli, erano smarriti rispetto ad un’emergenza terribile, che poneva problemi di conoscenza e di gestione molto specifici. Perciò, la nascita della Facoltà di Ingegneria, prevista dalla legge 219 per la ricostruzione, fu una risposta concreta ai bisogni di un territorio devastato. Completammo così con il triennio (il biennio di Ingegneria esisteva dall’anno accademico ’72-’73 presso la Facoltà di Scienze) e fu un percorso che si rivelò decisivo.

Perché decisivo?
Intorno alla Facoltà e, quindi, all’Università di Salerno nacquero tante attività, gli stessi ingegneri formatisi nel nostro biennio ebbero un importante ruolo nella ricostruzione e rappresentammo per tanti, anche per ingegneri e architetti laureatisi altrove, un nucleo di coagulo e di attrazione rilevante. Anche per gli architetti, l’istituzione di Ingegneria fu una avvincente occasione di confronto: in quegli anni nacque a Salerno il loro Ordine professionale, che si agganciò alla nostra Università per attività importanti. Fummo decisivi per garantire alla crescita civile ed economica il sostegno, tecnicamente attrezzato, richiesto dalle norme antisismiche.

Altro momento decisivo per il legame Università-territorio fu la disastrosa alluvione di Sarno del 5 maggio 1998 con circa 200 morti.
Anche allora la Facoltà di Ingegneria con l’intera Università delineò il percorso per affrontare, dal punto di vista tecnico, problemi tanto vasti e dagli esiti drammatici. Diventammo il luogo dove si ritrovarono studiosi e scienziati, che all’interno della nostra istituzione poterono approfondire temi legati alla vita e ai rischi delle nostre comunità. Molte nostre intuizioni ebbero ricadute internazionali, anche grazie all’integrazione piena del ruolo del rettore Donsì e degli studiosi guidati dal professore Cascini con la Facoltà di Ingegneria.

Il territorio percepiva questa presenza vigile e competente?
Non poteva non percepirla perché fu intensissimo il nostro rapporto con gli enti locali e con tutti gli organismi deputati alla gestione della sicurezza, in particolare i Vigili del Fuoco. Per favorire questi processi, nacque in quel periodo il corso di laurea in Ambiente e Territorio, il Centro interuniversitario grandi rischi (CUGRI) con l’Università di Napoli Federico II, e definimmo l’ipotesi della gemmazione che avrebbe, poi, dato vita all’Università del Sannio.

Erano gli anni del rettorato Donsì, lei era preside della Facoltà di Ingegneria. Poi, nel 2001, comincia la sua “era”, che durerà a lungo, con ben tre mandati, fino al 2013. In questo periodo, sarà istituita la Facoltà di Medicina, altra conquista territoriale rilevante della quale lei è sempre andato fiero.
Anche questa è stata una costruzione lenta e difficile, resa possibile dai rapporti tra Università, enti territoriali e istituzioni nazionali. La Facoltà, istituita il 18 ottobre 2005, ha rappresentato l’inizio di un percorso completato quando l’ospedale San Giovanni di Dio-Ruggi d’Aragona, con decreto del gennaio 2013 firmato dai ministri dell’Economia e della Salute, è diventato azienda ospedaliera universitaria, determinando un’integrazione tra gli studi di medicina e l’assistenza sanitaria. Un lavoro immane svolto con una finalità precisa che ci eravamo dati: grazie all’apporto di ricerca e didattica universitaria di alto livello contribuire al miglioramento dell’assistenza sanitaria nel territorio. Perciò, le ho parlato di visione strategica. Se manca quella e si naviga a vista, è la fine.

Questa puntualizzazione che significa? Vuol dire che, attualmente, mancherebbe una strategia in grado di legare Università e territorio?
No, dico soltanto che la crescita di una Università non si misura solo dall’incremento del numero degli studenti iscritti. Bisogna aver riguardo alla qualità degli studi, dobbiamo far laureare bene i nostri giovani e dar loro le competenze necessarie da spendere sul mercato del lavoro riferito prima di tutto ai nostri territori. Mi spiego: oggi è possibile far nascere un nuovo corso di laurea, ma se mancano i presupposti l’operazione è perfettamente inutile. Un esempio. Se decidessimo di istituire la laurea in Veterinaria, senza le condizioni di mercato e le competenze necessarie, mi sa dire lei che valore avrebbe? Se non vi è un progetto in grado di portare nella comunità le nostre conquiste tutto si risolve in nulla. Oggi bisogna aver riguardo al locale e al globale, ai nostri mercati e alle potenzialità perlomeno europee dei nostri studi e delle nostre ricerche.

Presupposti che l’Università di Salerno aveva nel 2005, quando nacque Medicina.
Certo, avevamo i laboratori di Baronissi e un progetto molto chiaro e avvincente, così come accadde per l’istituzione di Ingegneria. In quel caso, negli anni ’80, il nostro percorso fu valutato dall’Università di Napoli, che aveva la competenza per dare un giudizio sulle proposte provenienti da Salerno. Oggi è venuto meno quello spirito, non vanno più di moda i confronti con gli organi superiori. Forse anche per questo l’Università di Salerno non ha più le capacità di analisi di una volta. Le carenze normative nazionali un tempo si colmavano con il confronto rispetto ai corsi da portare avanti. Oggi si procede, invece, evitando il confronto e utilizzando le carenze normative.

L’Università con lei è cresciuta notevolmente e anche la gestione economico-finanziaria sarebbe stata virtuosa. È proprio così come si sostiene?
Dalla relazione dei sindaci revisori del 2012 emerge un attivo vincolato di amministrazione di 94,5 milioni di euro. Oggi non conosco la situazione finanziaria né so dire come sia stato utilizzato l’avanzo che l’Università ha prodotto in quegli anni, che avrebbe dovuto essere destinato anche alla complessità degli studi di Medicina. Ricordo per inciso che l’istituzione di Medicina, caso unico in Italia, fu finanziata con un accordo di programma con il Ministero dell’Università relativo ad un incremento del Fondo di finanziamento ordinario di 1.500.000 euro per tre anni e a un finaziamento una tantum di 5.000.000 di euro per due anni, cui si aggiunsero finanziamenti una tantum di Regione (3.000.000), Provincia (5.000.000), Comune di Salerno (1.500.000), Camera di commercio (600.000), mentre per la dotazione del personale docente vennero stesi protocolli di intesa relativi al trasferimento di professori e ricercatori, che hanno visto la collaborazione delle Facoltà di Medicina della Federico II, dell’Università Vanvitelli, delle Università di Siena, Pisa, Ferrara, Firenze, Palermo, Catanzaro.

Un concorso di forze. E qui torna il territorio e il ruolo di un rettore.
Sì, perché i processi vanno curati. Non è possibile improvvisare. Anche per l’internazionalizzazione è la stessa cosa.

In che senso?
L’internazionalizzazione è l’altra faccia dei rapporti saldi con il territorio. Con la Provincia di Salerno, nel corso delle presidenze Villani e Cirielli, quindi parlo di amministrazioni di diverso orientamento politico, ottenemmo finanziamenti per mandare all’estero i nostri ricercatori e riceverne dall’estero. Oggi se ne parla come se si dovesse cominciare da zero. Perciò, dico che occorre partire dalla conoscenza della storia recente dell’Università.

Sono quindi indispensabili i rapporti politici?
Avere rapporti con personalità politiche, se essi sono finalizzati allo sviluppo dell’Università e non a vantaggi personali, rappresenta un onere pesantissimo. Per Ingegneria fui avvantaggiato dalla mia amicizia personale con l’allora ministro Scotti. Anche per Medicina, fu importante la visita del capo dello Stato Ciampi al nostro campus. Il presidente toccò con mano la nostra realtà, verificò i nostri intendimenti. Questa è la politica che deve fare un rettore, altrimenti siamo al piccolo cabotaggio e l’Università non cresce. I problemi non si affrontano in prima persona ma con la rete territoriale e istituzionale.

In conclusione, non ha nulla da rimproverarsi?
Se vuole avere un’idea compiuta dell’impegno prodotto, basti questa riflessione. Nel ’93, quando fu decretata l’autonomia finanziaria delle Università, c’era il governo Amato, la nostra Università, nel rapporto tra trasferimenti economici e numero degli studenti, era l’ultima in Italia. Alla fine del rettorato Pasquino, aveva un attivo vincolato di 94,5 milioni, come le ho detto.

Lei che ruolo ha attualmente nell’Università di Salerno?
Nessuno, sono solo professore emerito. Avevo un incarico di insegnamento senza compenso a Ingegneria, ma pochi giorni prima della mia candidatura alle Europee mi sono dimesso. Mi è dispiaciuto lasciare gli studenti, ma l’ho considerato un atto dovuto. I miei allievi hanno compreso e apprezzato il gesto e alla fine mi hanno applaudito.