Chi come me da decenni sta riflettendo e approfondendo il tema di un possibile nuovo umanesimo – ne scrissi la prima volta 50 anni or sono a proposito di un grande filosofo tedesco, Ernst Bloch, autore di un’opera intitolata Il principio speranza – è rimasto colpito e incuriosito dal riferimento del presidente incaricato Conte alla necessità di dar vita a un nuovo umanesimo. Poiché sono un divoratore incallito di giornali ho trovato due interessanti articoli che spiegano e interpretano la “svolta” umanistica di Conte che, almeno finora, è restata più come una pia intenzione che come una reale pratica politica. Il primo di essi è quello di Maurizio Crippa (apparso su “Il Foglio” del 1 settembre) che già a partire dal titolo – Umanesimo à la Conte – preannuncia scetticismo e ironia. E tuttavia nell’articolo si segnala giustamente che il tema è apparso di frequente, sia pur genericamente esposto, in dichiarazioni pubbliche come nell’intervento del gennaio scorso al World Economic Forum di Davos, nel quale il presidente del consiglio auspicava l’adozione di regole che mettano al centro gli esseri umani e le famiglie. “Dobbiamo smettere di confondere i mezzi con i fini, come abbiamo fatto per tanti anni. Abbiamo bisogno di un nuovo umanesimo”.

Il presidente del Consiglio incaricato Giuseppe Conte

Si coglie subito l’intento, per così dire “pacifista” e “interclassista” non basato sulla contrapposizione tra statalismo e liberismo che ha contrassegnato sinora la classica distinzione tra destra e sinistra. Forse non sono estranei a Conte l’insegnamento e il pensiero interclassista di Aldo Moro, che era fortemente ispirato a quel fondamentale libro Umanesimo integrale di Maritain. Ma ancor più egli appare vicino alla svolta impressa da papa Bergoglio al congresso della chiesa italiana intitolato significativamente “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”. Una interpretazione benevola potrebbe spiegare la propensione di Conte verso un nuovo umanesimo come una sorta di ombrello protettivo dai colpi del doppio populismo giallo-verde. Nutre una certa sfiducia nel nuovo umanesimo di Conte Luciana Castellina in un articolo apparso sul “Manifesto” del 30 agosto e che, tuttavia, si accontenterebbe, come prova di esso, di un rapido e improcrastinabile provvedimento che ordinasse l’immediato sbarco e l’accoglienza di donne e bambini ancora bloccati in alto mare in condizioni precarie di salute e di igiene preoccupanti. Sono per professione e, ancor più, per vocazione, filosofo e lavoro con concetti e categorie non astratte ma calate nel tempo della storia e della società e dunque lontano da ogni rappresentazione astratta e retorica dell’umanesimo e consapevole della inestricabile relazione che sempre si rinnova tra l’essere uomo e le manifestazioni dell’inumano. Ecco cosa scrive Hannah Arendt, con parole che sembrano venire da quest’oggi così barbaro e angosciante. «Niente è più problematico nella nostra epoca, credo, dell’atteggiamento verso il mondo, niente è meno scontato della manifestazione pubblica di armonia con il mondo (…) Ma il mondo e le persone che lo abitano non sono la stessa cosa. Il mondo sta tra le persone e questo “tra” (…) è oggi oggetto della massima preoccupazione e dello sconvolgimento più manifesto in quasi tutti i paesi». Insomma, è ancora credibile e sostenibile una filosofia ed un’etica interculturale in un mondo in cui sempre più la violenza dei fondamentalismi, delle discriminazioni, delle persecuzioni, delle disuguaglianze sociali diventa la cifra di tempi bui e inumani? Il nuovo umanesimo, allora, per essere vero e credibile, deve affidarsi alla forza della critica umanistica e illuministica capace di ridare spazio e plausibilità a un nuovo universalismo dei diritti e di individuare e potenziare quelle forme di nuova umanità amichevole, sociale, culturale e politica, le uniche forse che possono, nell’oggi così incerto e precario, combattere per fugare le tenebre dei tempi oscuri.