Il riformismo rivoluzionario di un profeta inascoltato

Trentasei anni fa, il 18 settembre dell'84, moriva Riccardo Lombardi, grande teorico dell'autonomismo socialista e delle riforme di struttura

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Il 18 settembre del 1984, trentasei anni fa, moriva a Roma Riccardo Lombardi. La sua personalità complessa, prismatica, che a partire dalla metà degli anni Trenta ha attraversato tutti i tornanti più significativi del Secolo Breve – la lotta antifascista, la ricostruzione, l’impegno per le riforme necessarie al “salto di qualità” della nostra democrazia – è stata ricordata qualche giorno fa sulle colonne del Riformista, da Fausto Bertinotti. Un bell’articolo sul “riformismo rivoluzionario”, oggi quasi un ossimoro, di cui Lombardi è stato tenace e convinto propugnatore praticamente fino alla morte. Nella convinzione che il metodo gradualista, “turatiano” per semplificare, non strida affatto con l’utopia. Ma anzi rappresenti una delle risposte all’esigenza di una trasformazione radicale dei rapporti di forza economici e sociali nell’Occidente capitalista (quello era l’orizzonte all’interno del quale era compresa la sua riflessione), allo scopo di arrivare a quella società che negli ultimi anni della sua vita avrebbe definito, con brillantissima sintesi, “diversamente ricca”. Questa impostazione, coerente con la sua lunghissima biografia politica (che partendo dall’iniziale militanza cattolica si era sviluppata attraverso una “collaborazione”, negli anni Trenta, con il comunista Angelo Tasca, trovando una propria compiuta definizione nella purtroppo breve ma intensissima esperienza azionista, e ancor di più nell’adesione al Psi nel 1947), emergeva con straordinaria nettezza di contorni da una intervista che egli rilasciò nel maggio del 1984, pochi mesi prima di morire, alla storica Simona Colarizi, pubblicata sulla rivista Socialismo Oggi, diretta all’epoca da uno dei suoi “pupilli”, Claudio Signorile. Si era nel pieno della “guerra civile” a sinistra: lo scontro tra il Psi di Craxi e il Pci di Berlinguer (che sarebbe prematuramente scomparso di lì a un mese) si era vieppiù radicalizzato dopo il famoso “decreto di San Valentino” che aveva congelato cinque punti di Scala Mobile e diviso profondamente il sindacato. Ragionando con la Colarizi a proposito del nuovo orizzonte sul quale il socialismo avrebbe dovuto sistemarsi, Lombardi aveva in quella circostanza affermato: “Il progetto di una società socialista ha ancora oggi alcuni fondamenti ineliminabili: dal punto di vista economico, la centralità del profitto e del valore di scambio deve essere sostituita da quella del valore d’uso; insomma, produrre per il consumo della popolazione, non per massimizzare il valore di scambio. Sono concetti semplici – continuava il leader della sinistra del Psi – e non sono neppure così rivoluzionari. Quanto poi al messaggio politico che oggi esprime il socialismo – concludeva – a me pare molto bella questa definizione: una società socialista è quella nella quale a ciascun individuo sia data la massima possibilità di influire sulla propria esistenza e sulla costruzione della propria vita”. L’ultimo Lombardi riteneva la caduta delle ideologie “un elemento positivo se inteso nel senso del superamento di quanto di mistificatorio c’era in ogni ideologismo esasperato”. “Certamente – continuava – il messaggio palingenetico, messianico di cui le ideologie sono state portatrici nel passato, proprio per la sua estrema semplicità – la promessa di un paradiso in terra – costituiva un fattore di grande mobilitazione delle masse. Ma – era la sua idea – una volta liberato dagli elementi mitici, il socialismo non ha perduto né la sua forza di attrazione, né la sua capacità di convincimento”. Con la lucidità di Lombardi – vero, grande, teorico dell’autonomismo socialista, che Nenni a partire dagli anni Cinquanta seppe tradurre in pratica politica – il riformismo italiano dell’ultimo mezzo secolo ha accuratamente evitato di fare i conti. Ciò che “respingeva”, in tempi di disintermediazione ideologica e brutale semplificazione mediatica, era, probabilmente, la complessa struttura del pensiero lombardiano, che una delle sue biografe, la giornalista Miriam Mafai, faceva (giustamente) discendere dalla grande lezione illuminista di fine Settecento.

Le radici del “riformismo rivoluzionario” erano, quindi, molto più profonde di quanto si potesse pensare. Su di esse (e sul retroterra politico-programmatico delle “riforme di struttura”) era cresciuta rigogliosa la pianta della politica di “programmazione economica” (traccia di lavoro portata avanti convintamente insieme a Antonio Giolitti e al giovane Giorgio Ruffolo, un ex trotzkista convertito al verbo riformista), grazie alla quale tra la fine dei Cinquanta e l’inizio dei Sessanta Lombardi si era preoccupato di rimodulare su nuove basi l’antica “anomalia” socialista italiana. Indicando una terza via tra il modello comunista legato all’Urss e le socialdemocrazie che in quegli anni andavano modellandosi sull’abiura marxista brandtiana di Bad Godesberg (impostazione, quest’ultima, che avrebbe costituito il nucleo essenziale dell’elaborazione craxiana e di un’intera generazione di dirigenti socialisti).

Il momento migliore del “lombardismo” coincise con la più bella stagione politica della storia socialista nel Dopoguerra. Ma l’intera sua parabola, purtroppo, nacque, si definì e andò velocemente tramontando in pochi anni. Quelli che vanno dal congresso socialista di Napoli del 1959, in cui la programmazione venne assunta ad architrave della linea politica del partito in materia economica, alla caduta del primo governo di centro-sinistra organico Moro-Nenni (luglio 1964). In mezzo, l’ingegnere di Racalmuto, primo prefetto di Milano Liberata, era riuscito a piazzare il suo capolavoro politico – programmatico, la nazionalizzazione dell’energia elettrica. Troppo poco per i “pensieri lunghi” che aveva regalato, e avrebbe continuato a regalare al partito e all’Italia per i successivi 20 anni. In cui fu molto amato da milioni di militanti della sinistra, non solo socialisti, ma anche molto poco ascoltato nei piani alti di via Del Corso.

Pubblicato su “il Quotidiano del Sud – L’altra voce della tua Città” il 18 settembre 2020