Stavolta non c’entra niente Masaniello. C’entra, invece, il complicatissimo, irrisolto, rapporto che Napoli ha con la modernità. S’illude ogni volta di aggredirla, dominarla, cavalcarla. Ma, chiusa com’è nelle sue incrollabili, trimillenarie, certezze, è costretta a subirla in permanenza. Stavolta, per esempio, ha scambiato un modesto, modestissimo, ex bancario greve d’aspetto, di lingua e di comportamenti ma astuto come una volpe e sufficientemente spregiudicato, per un’icona rivoluzionaria. Niente di irreparabile, sia chiaro: nulla che possa seriamente modificare il destino e la missione di una città e di un popolo che hanno imparato a inventarseli tutti i giorni, un destino e una missione. Occuparsi di Maurizio Sarri e del suo presunto “tradimento” sarebbe tempo sottratto a cose più serie (dal punto di vista calcistico, a esempio, l’addio di Raul Albiol, superbo hidalgo in campo e fuori: lascerà un vuoto incolmabile). A meno che non si voglia considerare esemplare la vicenda che riguarda questo furbo toscano: un paradigma di quello che è il calcio al tempo dei social. Non fosse per la corpulenza inutilmente aggressiva da scaricatore di porto, benemerita categoria della quale però possiede l’eloquio integrale, verrebbe da credere che Sarri sia solo un’entità virtuale. Lo è sicuramente il sarrismo, corrente di pensiero 2.0 che si basa sull’assunto che egli sia l’erede in linea diretta, e quindi legittimo, dei grandi rivoluzionari del Novecento: da Vladimir Ulianov Iliic a Ernesto Che Guevara; a occhio, si sono salvati giusto Mao-Tse-Tung e Ho-Chi-Min. In realtà, non c’è nessuna prova certa che, prima di arrivare a Napoli, città vittima della sindrome dell’eterna adolescenza che lo ha preso, adottato e poi scagliato contro il potere imperialista delle multinazionali del calcio, il nostro abbia mai preso in mano il “Che fare”, o “Stato e rivoluzione”, o anche solo sfogliato i “Diari della Motocicletta”. Dallo striminzito frasario che si ritrova in dotazione, in cui una frequenza altissima ce l’ha l’organo riproduttivo maschile, evocato anche a gesti quando è necessario, si sarebbe portati ad escluderlo con un certo margine di certezza. A parte le ascendenze operaie – il padre gruista all’Italsider – mancano riscontri circa una sua adesione, politica e culturale al pensiero di sinistra; in realtà latitano riscontri probanti in relazione alla sua adesione a una qualsiasi forma di pensiero: ma tant’è. Il bello è che lui, per costruirsi il personaggio, non ha dovuto fare quasi niente. Ripensando alla sua esperienza sotto il Vesuvio, viene in mente un film di Luciano Salce, “Anni ruggenti”, ambientato nel Ventennio, in cui un modesto agente di commercio, interpretato da un superbo Nino Manfredi, viene scambiato per un ispettore del fascio inviato in una sperduta landa pugliese per scoprire chissà quali magagne e tutti, dal federale al podestà, ai notabili del paese, fanno a gara per ingraziarselo. Finisce con Manfredi che ci crede veramente, dando la stura a una scoppiettante serie di esilaranti equivoci: d’altro canto, voi che avreste fatto al suo posto? Così Sarri: davanti a una città che si è letteralmente prostrata ai suoi piedi costruendosi da sola l’abbaglio collettivo che poi l’avrebbe stordita, ha pensato bene di marciarci. Nei tre anni in cui ha occupato la panchina azzurra la sua è stata la parabola del perdente perfetto: due volte secondo e una terzo in campionato, sistematicamente fuori da tutte le competizioni già a gennaio. Senza scomodare Ottavio Bianchi (uno scudetto, una Coppa Italia e una Coppa Uefa in quattro anni), Albertino Bigon (uno scudetto e una Supercoppa italiana in due anni), il Petisso Pesaola, e nemmeno i suoi due ultimi predecessori, Walter Mazzarri (una Coppa Italia in tre anni e mezzo) e Rafa Benitez (una Coppa Italia, una Supercoppa italiana e una semifinale di Europa League in due anni) perfino Alberto Delfrati e Rosario Rivellino, che hanno messo in bacheca una Coppa Italia nel 1976, hanno fatto meglio di lui. Nell’era del pallone ridotto a un hashtag, #finoalpalazzo, Sarri è riuscito a ribaltare la logica. La sua frase “abbiamo perso lo scudetto in albergo” per giustificare un mortificante tracollo della squadra a Firenze, quand’era a un centimetro dello scudetto, da ammissione di abissale coglionaggine, un vero e proprio outing involontario, si è trasformata in un atto di accusa al Palazzo, alla classe arbitrale, al destino cinico e baro. Fosse, tutta questa vicenda, una cosa seria, verrebbero in mente le splendide parole di una canzone di De André, “ma voi che siete uomini/tra il vento e le vele/non regalate terre promesse/a chi non le mantiene”. Ma l’impressione è che di serio non ci sia assolutamente niente, e che il sarrismo non sia stato altro che una supercazzola brematurata con scappellamento a destra. E che per tre anni, senza accorgersene, i napoletani siano finiti per caso sul set di un sequel di “Amici miei”. Una enorme, gigantesca, sesquipedale burla.