Il sovranismo differenziato minaccia le autonomie

L'attuale percorso determinerebbe il distacco definitivo delle Regioni a più alto reddito da quelle meridionali che verrebbero, così, a scontare ancora di più il divario sociale ed economico che le affligge

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I rischi secessionisti del regionalismo differenziato così come si sta delineando in Italia creano inquietudini e perplessità sempre più diffuse, soprattutto per i destini del Mezzogiorno. Ci auguriamo che altri interventi seguiranno da parte di quanti vorranno riflettere su questo snodo epocale della nostra vita politica. 

Il regionalismo differenziato è un tentativo secessionista, un raggiro costituzionale che, ove portato a compimento, segnerebbe la fine dello stato democratico, perché promuoverebbe “Cittadinanze” diverse da Regione a Regione, in cui i diritti sociali non sarebbero scanditi dall’uguaglianza ma dal censo. Sarebbe il distacco definitivo delle Regioni a più alto reddito da quelle meridionali che verrebbero, così, a scontare vieppiù il divario sociale ed economico che le affligge. Niente di nuovo, anzi tutto di nuovo, visto che i “protocolli”, sottoscritti dal Governo con Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, si qualificano in negativo nel merito e per un risvolto politico di sistema, da non sottovalutare.

Carmelo Conte, già ministro per le Aree urbane, apre con questo suo intervento un dibattito sulla controversa ed equivoca autonomia differenziata

Il centro destra guida gran parte delle regioni italiane e si appresta ad assumere, alle prossime scadenze elettorali – lo confermano concordi tutti i sondaggi – il controllo di quelle che restano. Talché, qualora all’autonomia differenziata dei ricchi dovesse seguire quella dei poveri (già imprudentemente richiesta da altre sette regioni tra le quali la Campania), avremo un sistema di sovranismo a due livelli: quello nazionale e quello differenziato regionale. Un “federalismo sovranista di filiera” che minerebbe, da destra, l’unità europea e ridurrebbe all’irrilevanza le autonomie locali, al Nord come al Sud. Contro questa prospettiva, bisogna, perciò, promuovere dissensi e proteste, mobilitare le coscienze, farne una battaglia elettorale nella prospettiva di un nuovo rinascimento sociale dell’Europa, che non sia, come scrive Macron, espressione del liberismo e del mercato, ma della sua storia: la cultura mediterranea. Il problema riguarda, in particolare Regioni, come la Campania, dove operano 113 società partecipate, 36 enti di diritto privato, 866 consulenti privati diretti, oltre quelli delle provincie e degli altri enti. Un sistema burocratico – borbonico che, arricchito di nuovi poteri delegati ad alto costo sociale, si abbatterebbe famelicamente sulle città e i comuni, condizionandone l’autonomia politica le funzioni piuttosto che aiutarli. Per interdire questa eventualità, sarebbe un errore sedersi al tavolo nazionale per trattare nuove condizioni, vanno realizzate quelle previste dalla costituzione e poi si fa l’autonomia differenziata. Per intanto, “bisogna mettere in scena sul palcoscenico economico e istituzionale, come scrive il geografo Giuseppe Demattéis, fatti pertinenti e quei rapporti di territorialità, attraverso cui la nostra società, trasformando la terra, trasforma sé stessa”. “I fatti pertinenti” per arginare, il neo borbonismo e il “sovranismo differenziato”, che sono alla nostra portata diretta, e non del Parlamento e tantomeno del Governo, ci rimandano al dovere del buon governo locale e al piano territoriale regionale di coordinamento, in vigore del 2012 e tuttora inattuato. Che prevede, in vista dello scioglimento delle Province, la suddivisione della Regione in 9 ambiti insediativi e 45 sistemi territoriali di sviluppo. Articolazioni che riflettono una lettura geografica statica che, essendo prevalentemente descrittiva, non coglie i segni di un territorio in continua evoluzione. Sul quale spadroneggia, da anni, un sistema regionale, da riformare e snellire piuttosto che irrobustire. In cui, mentre dilaga il marasma nei servizi, si assiste, senza assumere alcuna iniziativa, all’assurdo della Città metropolitana di Napoli, fatta coincidere con tutto il territorio della sua provincia, e alla disarticolazione delle altre province, segnate della mancanza di un qualsiasi coordinamento. È un modello che, per quanto riguarda Salerno, va rivisto. Anzi ripensato e attivato, rispetto al sovranismo nazionale e regionale, rilanciandone le quattro identità sociali e culturali, che sono delle vere e proprio città- paese: il Parco del Cilento e del Vallo di Diano, la Valle del Sele, l’Agro Nocerino Sarnese e la Valle dell’Irno-Solofrano, nodo strategico di raccordo tra le vie autostradali, il campus universitario e Avellino, con al centro un capoluogo in funzione di raccordo. È questo il campo base dell’autonomia da cui partire per difendere l’integrità nazionale, costruire il regionalismo delle funzioni e affermare i diritti del Cittadino Sud.