Il successore di Sepe lo manda lo zio della Cantisani

Le manovre di potere di Monsignor Battaglia pupillo del presule di Lauria

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Il Divo Giulio, al secolo Andreotti Giulio, volpe scampata a tutte le pelliccerie per parafrasare una fortunata freddura di Bettino Craxi, sosteneva che a pensar male si fa peccato, ma quasi sempre ci si azzecca. Se aggiungiamo il fatto che il sette volte primo ministro una certa familiarità con gli ambienti curiali ce l’ha sempre avuta, fin da ragazzo, viene naturale pensare che partire da lui per cercare un filo interpretativo, in questa vicenda di tonache, zucchetti rossi e mitra vescovili, con contorno di politica e (soprattutto) potere, non è del tutto improprio, né inopportuno. Perché questo filo, è bene premetterlo, si attorciglia intorno a un cattivo pensiero. E il cattivo pensiero a sua volta ruota intorno a un nome. Quello di monsignor Domenico “Mimmo” Battaglia, 57 anni, dal 2016 vescovo della piccola diocesi di Cerreto Sannita, pronto al grande salto sulla poltrona di Vescovo di Napoli, sicuro viatico per la porpora cardinalizia. Don Mimmo è di Satriano, provincia di Catanzaro. E per lui qualche entusiasta cronista ha rispolverato la vecchia espressione (che veniva usata per don Lorenzo Milani, absit iniuria verbis) di “prete di strada”. Dio non voglia, però, che la strada di cui si parla sia il viale principale della villa comunale di Lauria Superiore, nel Potentino, che almeno due volte al giorno il principale “sponsor” di don Mimmo, il vescovo che lo ordinò sacerdote, percorre ora che è in pensione. Riverito, ossequiato e rispettato manco fosse la reincarnazione della gloria religiosa locale, il Beato Domenico Lentini. Parliamo di Monsignor Antonio Cantisani, oggi ultranovantenne, per un’era geologica arcivescovo di Catanzaro, uomo dalle mille relazioni, soprattutto politiche, da sempre mentore di don Battaglia. Una delle nipoti predilette di “don Antonio” come lo chiamano a Lauria, figlia di un fratello che si trasferì in Campania negli anni Cinquanta, è l’architetto Marilena Cantisani, già dirigente del settore Urbanistica del Comune di Salerno, compagna del presidente della Regione. Insomma, il sospetto è che sulla Curia di Napoli la fine dell’era Sepe possa coincidere con l’inizio di “collateralismi” finora rigidamente banditi dagli austeri palazzi di Largo Donnaregina. Il fatto è che Crescenzio Sepe – la cui stagione pastorale è stata caratterizzata da luci e ombre – non ha mai legato con il “salernitano”, e il “salernitano” non ha mai legato con lui. Poco male per Sepe, che i suoi referenti politici se li è sempre scelti da solo, spessissimo sbagliando frequentazioni; male, molto male per il “salernitano”, il quale quando ha fatto il sindaco nella sua città ha spesso preteso (ma non sempre avuto) l’ultima parola sulla nomina del vescovo. E che aveva una casella vuota (la Curia di Napoli) nel personalissimo risiko di potere. Ma, si sa come vanno certe cose al Sud: basta uno zio Monsignore, e le strade della Divina provvidenza si moltiplicano. Chi vivrà vedrà.

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno-L’ALTRAVOCE della tua CIttà)