Il teatro degli amici

La scena gestita a Salerno con logica clientelare come qualsiasi altro ente

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I primi anni settanta rappresentarono per Salerno, città per maggioranza ancora un po’ fascista e clericale, paradossalmente, un’età d’oro per il teatro. A cominciare dalle stagioni ETI presso il teatro “Verdi” con grandi titoli, regie, attori e compagnie di prim’ordine della grande tradizione italiana; e continuando, con i primi tentativi di effervescenza sociale e politica che, seppure timidamente, si affacciavano anche da noi coinvolgendo giovani studenti, figli della buona borghesia conservatrice. I giovani lo declinarono come un organismo vivo e pulsante, una festa iconoclasta e sovversiva, un’arte radicale in continuo disequilibrio, un’imprudente rivolta, un fluire incessante di novità e avventura. Una scena in continuo mutamento, in un clima pieno di novità di sperimentazione e avanguardia. Poi, pian piano tutta questa enorme energia ebbe una battuta d’arresto. In teatro come in tutta la società. Quando l’onda si fu acquietata, tutto cominciò a rifluire e impantanarsi. Non che non ci sia stato più da allora del buon teatro, anzi. Ci sono state e ancora ci sono eccellenze ed eccezioni, piccole gemme che lo rendono ancora possibile. Eppure, non si può nascondere un senso forte di sfiducia. Una stanchezza, oggi, sembra imporsi in generale su uomini e istituzioni. Ci sono ancora tante piccole realtà, teatri anomali e poco garantiti, seguiti da un piccolo pubblico competente e appassionato, che tentano di affermarne la necessità. Tutto, però, sembra essere vano. Intorno il clima non è dei migliori. Infatti, da alcuni anni a questa parte, si prediligono chi con l’arte e la scena spesso non hanno nulla da spartire. In una parola, il teatro d’arte risulta inattuale, un arnese vecchio da buttar via perché non riesce più a fare grandi numeri e clientele. Che fare, allora? Desistere, accettare la deriva, farsene una ragione, o con decisione dire il proprio “scontento”? L’analisi impietosa di tutto ciò che non ha funzionato e che continua a non funzionare sarà la prima mossa necessaria per cercare di promuovere un serio ragionamento e agire di conseguenza per rimettere in cammino la speranza di un radicale cambiamento. Proviamoci.
– Che fare, quando da tempo il teatro a Salerno è gestito dai nostri politici come un qualsiasi altro ente dove sistemare i propri protetti e, come se non bastasse, lasciato sempre nelle mani delle stesse persone per anni e anni. Alla lunga, quest’ultimi, finiscono per gestirlo come se fosse una cosa propria, privata. Mentre la finalità dovrebbe consistere nel favorire la promozione e la distribuzione di spettacoli d’arte che il mercato evita di far girare?
– Che fare, quando gli stessi circuiti beneficiari delle sovvenzioni pubbliche sono essi stessi a scriverne le regole e i regolamenti attuativi per ottenerne benefici e contributi?
– Che fare, infine, quando una piccola città di provincia, qual è Salerno, si dà arie da grande capitale culturale non avendone le prerogative e le risorse? Una città che spende la sua intera voce in bilancio per una stagione lirica appena sufficiente e fatta passare per un evento “mondiale”? Una città che, spesso, promuove iniziative spettacolari discutibili e che non sa più distinguere il teatro d’arte o la sua migliore e grande tradizione?
Che fare? Non è facile rispondere a questa domanda. Innanzitutto, riprendere a creare dissenso critico nei confronti di un’egemonia asfittica e poco democratica imperante da troppi anni in città. Quindi, lavorare sul pubblico perché è evidente che se la scena non funziona è anche colpa di una platea che conformisticamente si è adeguata alle programmazioni senza avere la forza di contestarle. Poi, lavorare su pochi eventi veri e di gran qualità affidati ad operatori qualificati e senza tessere. Operatori capaci di riattivare anche da noi quelle energie e produrre il clima giusto per fare uno scatto vero in avanti che non sia solo propaganda. Infine, ma questo vale più in generale e non solo per la nostra città, sarebbe auspicabile dopo tanti anni di pensiero debole, di derive nichilistiche e relativiste, che l’uomo tornasse a riflettere con maggiore consapevolezza e rinnovata maturità sul suo destino. Sulla scia di questo, ne sono certo, anche il teatro, come tutti gli altri linguaggi artistici, ritroverebbe senso e destino. Per carità, sono consapevole del rischio che corro dicendo questo. Non ho, infatti, nostalgia alcuna per quelle epoche in cui una verità più vera di altre ha prodotto immani sciagure e milioni di morti. Bisognerà recuperare la coscienza della nostra fragilità e considerarla come un valore e non una mancanza. Se so di essere fragile avrò maggiore umiltà e maggiore disponibilità verso gli altri. Cederò un po’ del mio muscoloso egoismo e della vanità del mio narcisismo per farmi compagno di strada degli “ultimi”. In una parola, cercherò di rendere questo mondo più tollerabile e giusto. In tal senso, ne sono certo, anche il teatro non potrà che ritornare a fare fino in fondo la sua parte.