Il teatro, finalmente. Dove la parola si trasforma in vita

Da ieri su il sipario: con distanziamento, mascherine e disinfettanti

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Ieri hanno di nuovo riaperto i teatri, finalmente. Distanziamento, mascherine, guanti, gel disinfettante, camerini e scene che non potranno essere condivise se non da attori “congiunti”, renderanno, purtroppo, questa apertura ancora per un po’ di tempo aleatoria. Il covid19 è riuscito anche in questo, a rendere impossibile quello che da secoli è stato lo spazio della socialità per eccellenza. Da qui, un mio profondo scoramento che spero possa presto passare; da qui, un senso di impotenza e un silenzio rotto solo adesso con questo mio breve scritto per riprendere “fiato” e ricominciare a correre insieme ai miei studenti di teatro coi quali condivido questa sfolgorante avventura. E’ a loro che ho pensato ed è a loro che dedico quanto segue.
La parola teatro, nella nostra tradizione, ha almeno due significati principali: il primo, indica un luogo deputato agli spettacoli dentro lo spazio più ampio della città; il secondo, indica “il guardare” qualcosa che grazie allo sguardo costruisce una realtà nuova, un mondo possibile. A ben guardare, anche la parola “educazione” come la parola teatro ha una doppia declinazione: la prima dal latino ex-ducere, indica un uscire, un portare fuori da uno spazio, che metaforicamente può essere quello dell’educazione familiare; il secondo, educare come nutrire, alimentare, che ha a che fare con la crescita e lo sviluppo del soggetto e della realtà e del mondo in cui vive e opera. Il teatro e l’educazione, insomma, insistono sulla questione del limite e del suo possibile superamento. C’è sempre un limite da valicare; c’è sempre da raggiungere qualcosa a cui si guarda e che si presenta come un “oltre”. Il teatro come la formazione è prima di tutto una pratica, produce “azioni, e, allo stesso tempo, istituisce uno spazio in cui viene interpretata ed elaborata la vita che è fatta di quelle stesse azioni. Non si tratta mai, quindi, solo di “rappresentare” ma di acquisire nuova consapevolezza mentre la si rappresenta. Paradossalmente nella scena il soggetto, protetto proprio dalla finzione scenica, ha la possibilità di attivare concretamente un processo che avvii un cambiamento. Il teatro riacquista così il suo carattere formativo in senso ermeneutico e trasformativo, è lo spazio potenziale che tenta di trasformare la vita in esperienza. Anche la formazione non è la vita (essa in effetti la sospende). Anche la formazione lavora in uno spazio altro. In questo senso, essa è una finzione della vita quanto lo è il teatro. Entrambe queste pratiche non si limitano a “fare cose” sui loro rispettivi palcoscenici, piuttosto, le loro azioni approfondiscono e creano lo spazio per elaborare e agire su un piano diverso elementi vitali, contenuti culturali, cognitivi e affettivi che vengono esperiti.
La formazione è un incontro e lo è anche il teatro. Il nucleo essenziale e irrinunciabile dell’esperienza teatrale è l’incontro del corpo dell’attore con il pubblico. Il maestro e l’alunno, il professore e gli studenti. Antonin Artaud ci ha permesso di vedere nel teatro un mezzo per costruire un’esperienza essenziale di vita che trascendendo la sfera e la dimensione estetica è capace di cambiare in profondità chi la fa e chi vi assiste. Concludendo: Cos’è l’essenza del teatro? L’essenza del teatro consiste nel suo carattere povero, di radicalità; si configura come un’esperienza di trasgressione, nel senso che consente un’esperienza di esplorazione radicale dei significati più profondi.
Eugenio Barba, molti anni fa, rispondeva che “il teatro è ciò che permette di trovare il proprio modo di essere presenti”, di trasformare le aspirazioni, le intenzioni, le necessità personali in fatti che smettono di sognare un cambiamento futuro e iniziano a realizzarlo. Questo teatro permette al sé di immergersi nel cerchio della finzione per trovare il coraggio di non fingere nell’incontro con sé stessi e con gli altri. La formazione come il teatro fornisce gli strumenti per rendere sostenibile questa coraggiosa immersione, così come ci ricorda Rilke: “(…) da questa immersione nel proprio mondo giungono versi…”; la poesia, insomma, la poesia della vita.

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno-L’ALTRAVOCE della tua Città)