Il volto svelato dei naufraghi

L’équipe della dottoressa Cristina Cattaneo è riuscita a raccogliere la documentazione di 366 cadaveri: una goccia nel mare, purtroppo, di quasi 14.000 migranti morti tra il 2015 e l’ottobre del 2018 nelle acque del Mediterraneo

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Ho tra le mani un libro straordinario e sconvolgente che colpisce come un pugno nello stomaco. Il suo titolo è Naufraghi senza volto. Dare un nome alle vittime del Mediterraneo (Cortina Editore) e di esso è autrice Cristina Cattaneo, professore ordinario di Medicina Legale presso l’Università di Milano e direttrice del Laboratorio di Antropologia e Odontologia forense.

Il libro-verità della Cattaneo

Nel libro si racconta l’esperienza di un gruppo si lavoro per l’identificazione dei morti nel naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 e del 18 aprile 2015: centinaia di cadaveri di migranti lasciati morire accatastati l’uno sull’altro nella stiva del barcone. Ho sempre sostenuto che la storia, non solo quella politica ma anche quella culturale e letteraria, è stata e resta l’antidoto maggiore contro tutto ciò che tende ad offuscare se non a cancellare la memoria e la trasmissione degli ideali di umanità, di rispetto dell’altro, di lotta senza quartiere agli orrori delle guerre e delle dittature. Fa bene perciò l’autrice a ricordare come l’esigenza di identificare e seppellire i nostri morti accompagna la storia dell’umanità sin dai suoi albori. E chi non ricorda il passo dei “Sepolcri” di Foscolo: “Dal dì che nozze e tribunali ed are / dier alle umane belve esser pietose /Di sè stesse e d’altrui, toglieano i vivi / All’etere maligno cd alle fere / i miserandi avanzi ”. O ancora, ricorda la Cattaneo, come non andare alla vicenda del vecchio re Priamo che si reca alla tenda di Achille perché restituisca il corpo del figlio Ettore. E la memoria corre alla drammatica vicenda di Antigone che non esita a ribellarsi alle leggi ingiuste emanazione del potere, seppellendo il corpo del fratello ucciso in duello.

Cristina Cattaneo

L’obiettivo che muove il lavoro della Cattaneo e del suo gruppo di lavoro non è solo scientifico e giuridico, ma anche e soprattutto umanitario e rispettoso dei diritti sanciti dalla tradizione millenaria e dalle leggi internazionali. Così gli scaffali del laboratorio, scrive Cattaneo, sono stracolmi di fotografie e documenti portati dai parenti degli annegati nelle cui menti, oltre “all’angoscia e alla frustrazione si annida lo strazio di chi non ha potuto seppellire né onorare il corpo del proprio caro e si chiede ancora oggi dove sia”. Ma il libro è anche un capo d’accusa verso il ritardo col quale il lavoro dei medici legali e degli antropologi è stato attivato – come in tanti altri casi di morti collettive causate da incidenti d’aereo – e si profila nella pagina del libro il sospetto, neanche troppo infondato, che la causa possa essere il colore della pelle o la lettura del Corano (spesso ritrovato tra i resti dei poveri annegati). Con pazienza e dedizione l’équipe della Cattaneo riuscì a raccogliere la documentazione di 366 cadaveri: una goccia nel mare di quasi 14.000 migranti morti tra il 2015 e l’ottobre del 2018 nelle acque del Mediterraneo. In una recente intervista, Cristina Cattaneo ha raccontato che a chi le chiedeva di lasciar perdere, viste le enormi difficoltà del lavoro di identificazione, ha risposto così: «Non dimenticherò mai il corpo di un ragazzo del Gambia. Aveva cinque documenti in tasca, tra cui la tessera di una biblioteca, e il tesserino da donatore di sangue. Allora perché la sua vita deve valere meno di un’altra?». O la vita della giovanissima ragazza che aveva cucito nel giubbotto un sacchetto di terra, quella del suo paese. O quella del bambino con il compito di matematica in tasca. Negli archivi del laboratorio milanese si accumulano documenti, tessere della biblioteca, figurine di calciatori, corani, rosari cristiani e rosari buddisti, tutto ciò insomma che può servire a riannodare il rapporto di chi resta con chi è stato strappato alla vita dalla violenza dei commercianti di vite umane.. “Questo è il mio racconto – scrive l’autrice alla fine del libro – di come si è cercato tra mille difficoltà, di accorciare le distanze tra noi e i migranti, tentando in qualche modo di tutelare i loro diritti e di trattare le loro vittime come le nostre”.