In cerca del Sé: viaggio nel Cantico di Norma

La nuova opera della D'Alessio è una sorta di cartina geografica dell'animo nella quale non si rinvengono cose liete ma microcosmi tragici, monadi prive di luce, grumi di vite smarrite, perdute. Un'umanità costituita dagli "ultimi", che non vengono indotti sulla via della redenzione ma inquadrati nel gioco-giogo del destino.

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Con “il Cantico dell’uomo nudo” Norma D’Alessio ci consegna una sorta di manifesto pedagogico o cartina geografica dell’animo. Nel primo senso perché ci indica le direzioni del suo credo, nel secondo perché nei suoi frammenti rinveniamo coordinate, tracciati dei suoi fiumi interiori, dei suoi laghi, insomma delle sue acque, dove annega e risorge, nuota fra flutti, in cerca poi di un probabile e, forse, agognato approdo.
In questa cartina anche l’orografia fa la sua parte: camminando fra le sue pagine, attraversiamo pianure ondulate e cumuli di colline costruite su detriti di vite quotidiane, di monti con cime da scalare e altro ancora.
Fuor di metafora, Norma, in questo libro, continua a farci regalo delle sue epifanie meste e dolenti; continua a rivelare pulsazioni intime, mescolando non solo prosa e poesia, ma il suo sentire al sentire degli altri.
Lo fa con l’occhio del palombaro che, dopo le immersioni nelle profondità oscure, a volta melmose, affiora con il suo sguardo ombrato, proiettandosi verso una compenetrazione osmotica, ad osservare ciò che lo circonda.
Norma entra nel pezzo di cielo che è fuori e dentro di noi, dentro di sé e fuori di sé.
Colpisce la perizia dell’autrice nella forza empatica che utilizza quando, in certi monologhi, diventa l’altro. E quest’altro che impersona, attenzione, non è mai un altro appagato, uno che cammina in equilibrio sul filo della vita.

Rino Mele e Franco G. Forte alla recente presentazione del nuovo libro di Norma D’Alessio

I personaggi a cui garantisce spazio in questo libro sono personaggi dolenti, appartenenti ad un mondo refrattario, mai accogliente. Una realtà esterna confliggente con cui fare i conti o che ti presenta il conto da pagare, in nome dei fallimenti personali, che non sono che chiodi che vanno a trafiggere l’agito e il vissuto di certuni e, nel contempo, il cuore del lettore.
Norma D’Alessio, quando non parla direttamente (con palese nota autobiografica) dei suoi affetti riferendosi alle persone care ed amate durante il corso della sua vita, oppure ai ricordi di un’infanzia serena, parla con la lingua bagnata nel silenzio degli altri, trovando parole accurate per farci trattenere i loro pensieri.
Ci inoltra nei meccanismi più nascosti della mente degli altri e tenta di dare ordine ai loro disordini interiori. Quindi ci spiega la logica illogica di chi cerca il suicidio, di chi diventa oscena assassina dei figli, di chi ha consumato i giorni per droga e poi muore in carcere, di chi, naufrago, arriva alla riva, scontando la morte altrui, oppure di chi brucia i giorni nella dipendenza dell’alcol.
In questo Cantico non si rinvengono cose liete, elogi alla bella natura, inni di uomini forti. Quello che si evidenziano sono microcosmi tragici, sono monadi prive di luce, sono grumi di vite smarrite, perdute.
Un’umanità varia costituita dagli “ultimi”, che non vengono giudicati o indotti sulla via del riscatto, della redenzione. Un’umanità che sembra consegnata al gioco-giogo del destino.

L’attore Roberto Manzi legge alcuni brani del Cantico della D’Alessio; a sinistra l’autrice

Qui siamo di fronte al diverso che schiaffeggia, piuttosto, la diversità altrui. Il diverso che fa della sua diversità la cifra problematica e complessa, per mettere in discussione le cosiddette normalità che, convenzionalmente, la società ci impone.
Quando l’io narrante diventa l’io del perdente, non trova compiacimento, anche se, in questo contraltare fra normalità e anomalia, in certe occasioni lo sfiora, piuttosto, è un io narrante che escogita piste possibilmente accettabili, considerato che le circostanze reali non sono esaltanti, bensì esse stesse, disgregate, disorientanti.
Se questo vale per una sezione del testo, sapientemente suddiviso, altro vale per quanto concerne la memoria: qui, come direbbe Borges, avanza “questo museo chimerico di forme inconsistenti, questo mucchio di specchi rotti”…
Norma sa che la dimenticanza è una specie di sciagura e la memoria è il riscatto del passato che urge e spinge, per ripresentarsi in un presente, al fine di una nuova,rinnovata attuazione.
In questa sezione, a mio parere, la scrittrice ha creato il suo “canone affettivo”; attraverso le “rimembranze” vengono tracciate le tappe della propria vita come “topos” da cui, nella vita, nessuno prescinde. Qui Norma assume lo sguardo dell’aedo, del custode, del testimone che restituisce e condensa in parole, voci e volti, profumi e rumori, molto di ciò che afferisce a ciò che fu. Nell’attuale nostro tempo, sempre più virtuale, dove tutto si fa spettacolo, dove predomina la fretta e tutto si brucia in nome dell’ “hic ” e del “nunc”, quelli che possono sembrare cliché nostalgici diventano opportunità di confronto e riflessione.
Per concludere, un breve cenno va allo stile e alle scelte linguistiche della nostra scrittrice, che ha alle spalle un’ampia, quanto affermata produzione, spaziante in generi diversi. In quest’opera si ritrovano le orme già calcate nei precedenti lavori. Qui si ripresenta, in un’osmosi non celata, lo stile di Norma che si connota, anche quando non produce versi, con una prosa ricca di poesia, dove si incuneano immagini evocatrici, metafore lampanti, con evidenti altre figure retoriche legate al suono ed al significato.
La D’Alessio usa la lingua dandoci scudisciate, ma lo fa con una tale forza poetica che, pur aprendo ferite, pur facendoci vedere il sangue che esce, accompagna i flutti del sangue, del dolore, con una “musica” dei rumori di dentro che non può non ammaliare.

Il libro “Cantico dell’uomo nudo – monologhi e altri testi” di Norma D’Alessio, da circa un mese in libreria, è edito da Oèdipus